L’arbitrato sportivo – a cura dell’Avvocato Rosa Petruccelli

 

Nel mondo sportivo è molto frequente il ricorso alla c.d. “clausola compromissoria”. Si tratta della clausola contenuta negli statuti

e nei regolamenti federali con la quale le parti si obbligano a rivolgersi ad Arbitri, anzichè ai Giudici Statali per risolvere controversie

tra di essi insorti.

Il soggetto che entra a far parte di una Federazione Sportiva sottoscrive un modulo nel quale dichiara di accettare le norme

contenute nello Statuto e nei Regolamenti interni, tra le quali figura la clausola compromissoria.

In buona sostanza la clausola compromissoria dà vita ad un arbitrato volontario, basato pertanto sulla volontà delle parti

di non adire i Giudici Statali. Ogni Federazione prevede proprie clausole compromissorie con caratteristiche diverse. Però

in via generale può dirsi che non tutte le controversie sportive possono essere deferite ad Arbitri. Ad essi possono essere

devolute le controversie riguardanti gli affiliati e i tesserati, ma non quelle in cui sono coinvolti terzi estranei non affiliati

o non tesserati, o sono coinvolte le Federazioni.

Per quanto riguarda le tipologie di controversie che possono essere devolute al Collegio Arbitrale sussistono due ordini di

limiti. Da una parte qualora nella Federazione siano costituiti organi giurisdizionali federali competenti a decidere determinate

controversie, queste ultime non possono essere deferite ad Arbitri.

Ad esempio nel calcio sono previsti organi deputati alla risoluzione di questioni di carattere patrimoniale tra società (Commissione

Vertenze Economiche) o di carattere associativo (Commissione Tesseramenti). Orbene tali questioni non possono essere deferite

dagli affiliati e tesserati della FIGC al Collegio Arbitrale.

Sotto altro aspetto è l’ordinamento statale che pone dei limiti alla devoluzione di controversie ad arbitri. Infatti gli artt. 806 e

808 c.p.c. pongono dei limiti di carattere oggettivo alla deferibilità ad Arbitri. In generale possiamo dire che non possono essere

deferiti ad Arbitri controversie aventi ad oggetto diritti non disponibili, ossia questioni aventi interesse generale.

L’arbitrato si pone come strumento alternativo di risoluzione delle controversie affidato a privati cittadini in virtù di un vincolo

associativo. Le caratteristiche dell’arbitrato sono: 1) la terzietà dei Giudici-Arbitri rispetto alle parti; 2) la volontarietà della

sottoposizione al giudizio del Collegio Arbitrale; 3) l’osservanza di particolari garanzie procedurali; 4) la funzione sostitutiva della

Giurisdizione.

Ne consegue che non può parlarsi di arbitrato sportivo nel caso in cui il Giudicante non sia in posizione di terzietà rispetto alle parti

in lite.

Dal momento della sottoscrizione della decisione arbitrale, denominata “lodo”, le parti hanno l’obbligo di rispettare la decisione

emessa. Si pone il problemaperò di individuare la natura del lodo. Se si tratti cioè di un lodo rituale o irrituale. Il lodo rituale è

una vera e propria sentenza, dotata perciò di efficacia esecutiva anche nell’ ordinamento statale. Il lodo irrituale invece è

qualificabile come contratto. Pertanto in caso di inadempimento dello stesso, i rimedi sono quelli specifici dell’inadempimento

contrattuale. Con la precisazione però che le Federazioni nei casi di inosservanza dei lodi arbitrali, prevedono l’applicazione di

sanzioni disciplinari che possono arrivare persino alla radiazione dall’ordinamento sportivo dell’inadempiente.

Avvocato Rosa Petruccelli – Foro di Perugia

 

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I rapporti tra giustizia sportiva e giustizia statale: la legge n. 280 del 2003 – a cura dell’Avv. Rosa Petruccelli

 

L’ordinamento sportivo si è dotato di una propria giustizia che decide sulle controversie insorte tra i soggetti che dell’ordinamento

sportivo fanno parte. E’ evidente però che tali soggetti (atleti, società sportive, associazioni etc.) fanno parte anche dell’ordinamento

statale. Da ciò consegue che ad essi non può essere precluso in assoluto il diritto di adire le autorità giurisdizionali dello Stato e che

uno stesso fatto storico può essere valutato differentemente dai due ordinamenti (quello statale e quello sportivo).

La legge n. 280 del 2003 è intervenuta per disciplinare i rapporti tra giustizia statale e giustizia sportiva.

L’articolo 2 della legge citata riserva all’ordinamento sportivo le questioni di carattere tecnico-disciplinare aventi rilevanza

esclusivamente interna.

L’articolo 3 1° comma della medesima legge riconosce la giurisdizione del giudice ordinario sui rapporti patrimoniali tra società,

associazioni e atleti  (previo il rispetto delle clausole compromissorie), mentre spettano alla giurisdizione del giudice amministrativo

le controversie che hanno per oggetto l’impugnativa di atti del CONI o delle Federazioni Sportive Nazionali che si configurano come

decisioni amministrative aventi rilevanza per l’ordinamento statale (sempre previo il rispetto delle clausole compromissorie).

Inoltre l’articolo 3, comma 1 della legge n. 280 del 2003 ha stabilito con l’inciso “esauriti i gradi della Giustizia Sportiva” che

l’esercizio innanzi ai giudici statali sia possibile soltanto nei casi in cui il giudizio sia stato preventivamente promosso, in tutti i gradi

previsti dalla normativa, innanzi agli organi della Giustizia Sportiva.

Non è ben chiaro se sia sufficiente esperire  i rimedi giustiziali federali o piuttosto sia necessario  rivolgersi anche agli

organi di Giustizia predisposti dal CONI (Alta Corte e TNAS) prima di poter adire il giudice statale.

In ogni caso dopo avere esperito tutti i “gradi di Giustizia Sportiva” non è più consentita alcuna limitazione alla tutela

giurisdizionale dinanzi al giudice amministrativo.

L’onere che incombe sulle società sportive, associazioni sportive, atleti e tesserati di adire preventivamente gli organi di Giustizia

Sportiva mira a salvaguardare il fondamento dell’autonomia dell’ordinamento sportivo che trae origine dalle norme costituzionali

di cui agli artt. 18 e 2 della Costituzione.

Avvocato Rosa Petruccelli

 

La “Giustizia Sportiva” a cura dell’Avvocato Rosa Petruccelli

Con il termine “Giustizia Sportiva” si intendono i mezzi di risoluzione delle controversie che insorgono tra atleti, società sportive

e Federazioni, predisposti dai regolamenti e dagli Statuti Federali.

Pertanto ogni Federazione prevede e disciplina un proprio Sistema di Giustizia Sportiva.

L’ articolo 34 comma 4° dello Statuto della Federazione Italiana Gioco Calcio prevede i seguenti organi di Giustizia Sportiva:

1) La Corte di Giustizia Federale; 2) la Commissione Disciplinare Nazionale; 3) I giudici sportivi nazionali; 4) le Commissioni

Disciplinari Territoriali; 5) i giudici sportivi territoriali.

Però non tutte le controversie insorte tra atleti, società e federazioni possono essere decise dagli organi di Giustizia Sportiva.

Infatti rientrano nell’ambito della giustizia sportiva le controversie di ordine tecnico e disciplinare. Le prime attengono alla

organizzazione delle gare e alla regolarità delle stesse; le seconde si riferiscono a comportamenti degli affiliati contrari ai

principi ispiratori dell’attività sportiva.

Qualche statuto federale prevede anche controversie di carattere patrimoniale da demandare agli organi di giustizia sportiva.

Ma anche all’interno di queste controversie bisogna distinguere.

Infatti se da un lato vero è che una controversia tecnica non può essere devoluta alla cognizione del giudice statale, è altrettanto

vero che qualora alla controversia tecnica consegua una sanzione disciplinare che modifichi lo status di affiliato, pregiudicando

sensibilmente la possibilità di svolgere attività agonistica subentra la giurisdizione del Giudice amministrativo, potendosi

configurare la violazione di una situazione giuridica di interesse legittimo.

Una volta esperiti i rimedi federali di risoluzione delle controversie previsti dagli statuti e dai regolamenti è possibile adire

in via alternativa all’Alta Corte di Giustizia Sportiva o al Tribunale Nazionale di Arbitrato per lo Sport (TNAS), organi istituiti

dal nuovo articolo 12 dello Statuto del CONI e dai successivi artt. 12 bis e 12 ter.

L’Alta Corte costituisce l’ultimo grado della giustizia sportiva per le controversie di notevole rilevanza per l’ordinamento

sportivo e per i diritti indisponibili.

Il TNAS ha competenza arbitrale sulle controversie che insorgono tra una federazione sportiva nazionale e soggetti affiliati

o tesserati, a condizione che siano stati esauriti i ricorsi interni alla federazione.

La decisione del TNAS è qualificata dall’articolo 12 ter dello Statuto CONI espressamente come “lodo”, avvero il quale

è sempre ammesso il ricorso per nullità ai sensi dell’articolo 828 c.p.c. (articolo 12 ter, comma 3° dello Statuto del CONI).

Peraltro i nuovi principi informatori del CONI prevedono che i gradi di giudizio saranno due anzichè gli attuali tre, allo

scopo di abbreviare ulteriormente i tempi della giustizia sportiva.

Avvocato Rosa Petruccelli

L’atleta professionista è un lavoratore subordinato……molto speciale!!! A cura dell’Avv. Rosa Petruccelli

 

Con l’emanazione della legge n. 91 del 1981 si introduce la regola della presunzione di subordinazione per l’atleta professionista.

Pertanto salvo ipotesi marginali, l’atleta professionista è un lavoratore subordinato. Ma non è un lavoratore subordinato qualsiasi!

Invero stante la peculiarità dell’attività lavorativa esercitata dall’atleta professionista, l’ordinamento statale disciplina la suddetta

attività sportiva in modo in parte diverso rispetto ai comuni rapporti di lavoro subordinato.

L’articolo 4 della legge n. 91 del 1981 rubricato: “Disciplina del lavoro subordinato sportivo” recita “Il rapporto di prestazione

sportiva a titolo oneroso si costituisce mediante assunzione diretta e con la stipulazione di un contratto in forma scritta, a pena di

nullità, tra lo sportivo e la società destinataria delle prestazioni sportive, secondo il contratto tipo predisposto, conformemente

all’accordo stipulato, ogni tre anni dalla federazione sportiva nazionale e dai rappresentanti delle categorie interessate. la società

ha l’obbligo di depositare il contratto presso la federazione sportiva nazionale per l’approvazione (….).

Pertanto il contratto di lavoro dello sportivo professionista deve essere redatto, sotto pena di nullità, in forma scritta e deve essere

conforme alla contrattazione collettiva di settore. Ciò diversamente da quanto previsto per i comuni rapporti di lavoro, per i quali,

come è noto, vige la regola della libertà delle forme. La necessità della forma scritta per il contratto di lavoro sportivo mira anche

e forse soprattutto, a consentire un controllo dello stesso da parte delle Federazioni di riferimento.

Infatti per acquistare efficacia il contratto di lavoro dello sportivo deve essere depositato presso la Federazione al fine di ottenere

l’approvazione di quest’ultima.

Inoltre è da aggiungere che, per espressa previsione della legge del 1981, molte ed importanti norme disciplinanti il comune rapporto

di lavoro subordinato non trovano applicazione in tale settore.

Trattasi dunque si di lavoro subordinato, ma molto speciale!

Avv. Rosa Petruccelli

La legge n. 91 del 1981: l’abolizione del c.d. vincolo sportivo per i professionisti sportivi

A cura dell’Avvocato Rosa Petruccelli

Prima della legge del 1981 n. 1 il professionista sportivo non veniva inquadrato in un rapporto di lavoro, in quanto si riteneva che lo sport

fosse estraneo al sinallagma tipico dei rapporti di lavoro.

Secondo questa impostazione l’essenza dello sportivo (senza distinzione tra professionista e non) è la tensione verso la vittoria e verso il miglioramento della efficienza fisica e morale.

Ante riforma dunque non vi era alcuna differenza tra dilettantismo e professionismo, in quanto la sostanza del fenomeno era considerata la medesima.

Il rapporto tra atleta professionista e società sportiva era caratterizzato esclusivamente dall’affiliazione all’associazione sportiva e

dall’autorizzazione amministrativa da parte della Federazione competente.

L’atleta professionista era vincolato alla società che lo aveva formato.

Il vincolo a favore della associazione sportiva si configurava come un vero e proprio patto di non concorrenza.

Soltanto la rinuncia al patto di non concorrenza da parte del titolare del vincolo (rappresentato documentalmente dal cartellino)

consentiva  (dietro pagamento di un corrispettivo), che l’atleta potesse passare ad altra associazione.

La legge del 1981 n. 91 interviene in maniera significativa su questi aspetti.

Invero essa:

1) abolisce il vincolo sportivo con conseguente eliminazione di ogni limitazione della libertà contrattuale dell’atleta professionista;

2) formula una netta distinzione tra dilettantismo e professionismo;

3) impone alle società sportive di trasformarsi in società per azioni o in società a responsabilità limitata.

Avv. Rosa Petruccelli

Gli altri soggetti dell’ordinamento sportivo: società sportive, associazioni sportive, discipline associate, enti di promozione sportiva, atleti e tecnici sportivi

Abbiamo detto nei precedenti incontri che i soggetti più influenti dell’ordinamento sportivo sono il CONI e le Federazioni Sportive Nazionali. Ma non bisogna dimenticare tutta una serie di altri soggetti che fanno parte dell’ordinamento sportivo e che via via acquisiscono sempre più voce in capitolo e mi riferisco in particolare agli atleti.

Innanzitutto è da rilevare che le Federazioni Sportive Nazionali sono costituite da società sportive e da associazioni sportive.

Le società sportive devono ottenere l’affiliazione ad una o più Federazioni Sportive Nazionali prima di poter omologare l’atto costitutivo.

Le società e le associazioni sportive sono disciplinate dall’articolo 29 dello Statuto del CONI. Queste al pari delle Federazioni Nazionali, delle Disciplina associate, degli enti di promozione sportiva e degli organi del CONI, esercitano la propria attività senza fini di lucro, eccettuati i casi previsti dall’ordinamento, nonchè i casi di deroga autorizzati dal Consiglio Nazionale del CONI.

L’articolo 24 dello Statuto del CONI è invece dedicato alle Discipline associate ed individua i requisiti specifici che queste debbono possedere affinchè il CONI possa conferire loro il riconoscimento.

Può essere riconosciuta solo una Disciplina Associata per ogni sport (che chiaramente non deve appartenere ad alcuna Federazione Sportiva).

Nel mondo sportivo vi sono discipline emergenti che pur non considerate a livello normativo aspirano ad un autonomo ruolo che garantisca loro di far parte del programma olimpico (pensiamo al Cricket, Danza Sportiva, Taekwondo etc.).

L’articolo 25 dello Statuto individua nella Giunta Nazionale l’organo del CONI deputato a stabilire l’erogazione dei contributi da corrispondere alle Discipline Associate.

L’articolo 26 dello Statuto si occupa degli “Enti di promozione sportiva”. Sono enti il cui fine istituzionale è costituito dalla promozione ed organizzazione di attività sportive. Possono stipulare convenzioni con le Federazioni sportive nazionali o con le Discipline associate.

Gli enti di promozione ottengono il riconoscimento sportivo dal Consiglio Nazionale del CONI. Tra i requisiti è richiesta la presenza organizzata in quindici regioni e settanta province. Ciò in quanto gli enti di promozione sportiva sono destinatari di cospicui finanziamenti da parte del CONI.

L’articolo 31 dello Statuto CONI disciplina la figura degli atleti. Tale articolo, conformemente a quanto disposto dalla Carta Olimpica, istituisce presso il CONI, la COMMISSIONE  NAZIONALE  ATLETI.

Gli atleti, nell’attività sportiva sono sottoposti innanzitutto alle disposizioni del CIO e del CONI, e alle norme delle rispettive Federazioni di appartenenza, nazionali ed internazionali.

L’articolo 32 dello Statuto si occupa dei tecnici sportivi. Essi, come gli atleti, vengono inquadrati presso le società e le associazioni sportive riconosciute.

Sia gli atleti sia i tecnici sportivi possono essere eletti presso il Consiglio Nazionale del CONI.

In particolare, i componenti del Consiglio Nazionale, costituiti da atleti e tecnici sportivi, sono eletti dagli atleti e tecnici che compongono gli organi di gestione delle Federazioni Sportive Nazionali.

Come sancito dal Comitato Internazionale Olimpico in ossequio al principio di rappresentatività effettiva degli atleti e dei tecnici, nonchè  il principio di democrazia interna nell’ambito del CONI è prevista una quota del 20% riservata agli atleti e del 10% riservata ai tecnici sportivi  per assumere la qualità di componenti degli organi direttivi del CONI

La doppia personalità delle Federazioni Sportive Nazionali a cura dell’Avv. Rosa Petruccelli

 

 La Federazioni Sportive Nazionali

 Il comma 1 bis dell’articolo 23 dello Statuto del CONI dispone: “nell’esercizio dell’attività a valenza pubblicistica, di cui al comma 1, le Federazioni Sportive Nazionali si conformano agli indirizzi e ai controlli del CONI ed operano secondo principi di imparzialità e trasparenza. La valenza pubblicistica dell’attività non modifica l’ordinario regimedi diritto privato dei singoli atti e delle situazioni soggettive connesse”.

 In buona sostanza le Federazioni hanno una natura pubblica per tutta una serie di attività (le attività relative alla ammissione e affiliazione di società, di associazioni sportive e di singoli tesserati; revoca e modificazione dei provvedimenti di ammissione o affiliazione, controllo in ordine al regolare svolgimento delle competizioni e dei campionati sportivi professionistici, utilizzazione dei contributi pubblici, prevenzione e repressione del doping, attività relativa alla preparazione olimpica, utilizzazione e gestione degli impianti sportivi pubblici) e una personalità privata avendo esse personalità giuridica di diritto privato, e che si sostanzia nell’autonomia tecnica, organizzativa e di gestione di cui godono le Federazioni.

In altri termini le Federazioni per un verso sono sottoposte al diritto pubblico e  alla giurisdizione del Giudice amministrativo, per altro verso invece essendo associazioni di diritto privato sono disciplinate dalla normativa contenuta nel codice civile e sono autonome da un punto di vista organizzativo.

 Uno strano caso clinico di doppia personalità!!!!!     Ma tant’è!

Avvocato Rosa Petruccelli

 

 

 

 

 

I soggetti più importanti dell’ordinamento sportivo nazionale: Coni e Federazioni Sportive Nazionali

Il Coni nasce nel 1914 come ente di natura privata. Con l’avvento del fascismo la situazione cambia. Infatti il regime fascista aveva un particolare interesse per il fenomeno sportivo, percepito come strumento di propaganda e controllo sui giovani. In quest’ottica viene emanata la legge 16 febbraio 1942 n. 426, istitutiva del CONI, quale ente pubblico con funzioni di organizzazione e potenziamento dello sport nazionale.  Sotto tale normativa le Federazioni Sportive Nazionali sono organi del CONI. Invece con il D.Lgs 23 luglio 1999 n. 242 (c.d. Decreto Melandri) le Federazioni Sportive Nazionali sono qualificate quali associazioni private.

Con il decreto Melandri viene prevista la vigilanza sul CONI da parte del Ministero per i beni e le attività culturali. Viene previsto per la prima volta uno Statuto adottato dagli stessi organi del CONI. Quindi dal Consiglio Nazionale (organo deliberativo del CONI) su proposta della Giunta Nazionale (organo esecutivo del CONI). Statuto che deve essere approvato dal Ministro per i beni culturali di concerto con ilMinistro del Tesoro. Il Ministro deve inoltre nominare il collegio dei revisori dei conti. Nominare uno o più commissari in caso di mancata approvazione dello Statuto, nei termini. Ha il potere di sciogliere la Giunta Nazionale e revocare il Presidente del CONI in ipotesi di gravi violazioni . Il CONI invece è autonomo per quanto riguarda la nomina degli organi di vertice. Infatti il potere del Ministro di nominare il Presidente del CONI è puramente formale.

Il Coni è definito dall’art. 8 del D.Lgs 242/1999 come “la Confederazione delle Federazioni Sportive Nazionali e delle Discipline Sportive Associate”. Il Coni quindi è strutturato come ente federale, essendo composto dalla Federazioni Sportive Nazionali e dalle Discipline Sportive Associate. Al Coni sono sostanzialmente attribuite due finalità. L’una di promozione della massima diffusione dello Sport (interesse ritenuto di carattere generale; di qui la natura di ente pubblico del Coni). L’altra quella di far partecipare gli atleti italiani alle Olimpiadi. Scopo questo che costituisce la finalità originaria del Comitato e che giustifica i limiti imposti agli statuti dal mondo sportivo mondiale. Il Coni esercita queste funzioni con il supporto di una società di capitali. La Coni Servizi S.p.A. Di proprietà del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Il Presidente e i consiglieri di amministrazione di tale società sono designati dal Coni.  Mentre i membri del Collegio Sindacale e quindi dell’organo di controllo sono designati dall’autorità governativa.

Inoltre, il CONI quale organizzazione internazionale Antidoping (NADO) è l’ente nazionale a cui compete la massima autorità e responsabilità in materia di attuazione e adozione del Programma Mondiale Antidoping compresa la pianificazione ed organizzazione dei controlli, la gestione dei risultati dei testi, e la conduzione dei dibattimenti.

Il Decreto Melandri, a differenza della legge del 1942, oggi abrogata, non prevede un controllo del Coni sui regolamenti delle Federazioni Sportive Nazionali.

Il contenuto dei poteri di controllo esercitati dal Coni sugli enti da esso riconosciuti ai fini sportivi (Federazioni Sportive; Società Sportive Professioniste affiliate alle Federazioni) sono strumentali ai compiti di gestione dell’attività sportiva attribuiti al Coni.

Ciò significa che con il Decreto Melandri il Coni non può ingerirsi nell’organizzazione dei soggetti riconosciuti ai fini sportivi e quindi facenti parte dell’ordinamento sportivo. In sostanza nè il Coni nè le Federazioni Sportive Nazionali potrebbe ad esempio annullare un provvedimento di nomina di un amministratore di società sportiva o comunque interferire con l’esercizio della autonomia organizzativa e gestionale delle società sportive. Fermo restando il controllo sulle somme erogate dal Coni quale contributo sottoposto al vincolo di destinazione.

Avv. Rosa Petruccelli

L’autonomia e i limiti dell’ordinamento sportivo italiano a cura dell’Avv. Rosa Petruccelli

Il mondo dello sport è un vero e proprio ordinamento giuridico che si affianca a quello statale.

Si parla di ordinamento in quanto è composto da:

1) una pluralità di soggetti (persone fisiche ed enti associativi);

2) organismi che fanno parte del gruppo stesso aventi poteri normativi diretti a disciplinare ogni fatto rilevante all’interno dell’ordinamento;

3) una organizzazione (apparati nazionali ed internazionali, con potestà punitive e di risoluzione dei conflitti interni).

Il diritto che disciplina l’ordinamento sportivo è diverso da tutti gli altri settori giuridici (civile, penale, amministrativo ecc.).

L’ordinamento sportivo italiano è autonomo, ma settoriale. In Italia è costituito dal CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano).

Tale autonomia è limitata per un verso dall’ordinamento giuridico statale.  Appare evidente infatti che l’ordinamento sportivo non può porsi in contrasto con le leggi dello Stato. Per altro verso dall’ordinamento sportivo internazionale. Invero il primo comma dell’articolo 1 della legge 17 Ottobre 2003, n. 280 dispone: “La Repubblica Italiana riconosce e favorisce l’autonomia dell’ordinamento sportivo nazionale, quale articolazione dell’ordinamento sportivo internazionale, facente capo al Comitato Olimpico Internazionale”.

Avv. Rosa Petruccelli