La responsabilità oggettiva delle società sportive non è inattaccabile a cura dell’Avvocato Petruccelli Rosa

IL CASO

Tolti otto punti di penalizzazione al Valfabbrica Calcio, a seguito del ricorso depositato dalla Società Umbra, a mezzo dell’Avv. Petruccelli Rosa, dinanzi alla Commissione Disciplinare Nazionale.

La Commissione Disciplinare Nazionale, presieduta dall’Avv. Artico, ha accolto il ricorso, riducendo la sanzione da 10 punti di penalizzazione a soli due punti di penalizzazione, e la multa da euro 5000 ad euro 1500 (C.U. n. 93/CDN del 24.05.2013)

I FATTI

L’allenatore della ASD Valfabbrica, avrebbe tentato di combinare una partita del Campionato di Promozione Umbro, all’insaputa dei dirigenti della Società.

Tentativo non accolto.

In primo grado, dinanzi alla Commissione Disciplinare Territoriale Umbra il Valfabbrica Calcio veniva sanzionato con dieci punti di penalizzazione ed euro 5000 di multa.

Ritenuta eccessiva  la sanzione, la ASD umbra, a mezzo dell’Avv. Petruccelli Rosa chiedeva ed otteneva dalla Commissione Disciplinare Nazionale la riduzione  richiesta.

La sanzione così ridotta veniva comminata, stante l’assoluta accertata estraneità della società ai fatti,  a titolo di responsabilità oggettiva.

Al fine di supportare la propria difesa, l’Avv. Petruccelli Rosa faceva riferimento al precedente CASO DONI-ATALANTA.

In particolare poneva in risalto il principio di diritto secondo cui se è vero che la responsabilità oggettiva è un cardine dell’ordinamento sportivo, è altrettanto vero che è necessaria una graduazione della responsabilità in relazione al caso concreto.

In altri termini, nel valutare la misura della sanzione da applicare alla società sportiva, in conseguenza dell’illecito commesso dal proprio tesserato, occorre prendere in considerazione non solo la gravità del fatto commesso dal tesserato, ma anche il ruolo rivestito dalla Società nella vicenda illecita.

Laddove la società non ha ricevuto alcun vantaggio dall’illecito perpetrato dal proprio tesserato, e non ha rivestito alcun ruolo nella vicenda illecita, la sanzione dovrà essere particolarmente lieve.

Nel caso del Valfabbrica è stata riconosciuta l’assoluta estraneità della società al presunto fatto illecito del tesserato.

Peraltro il Valfabbrica, da un punto di vista sportivo, non ha tratto alcun vantaggio dall’illecito, non essendo stato consumato.

Pertanto la società umbra ha ottenuto la vittoria nella partita “incriminata”, senza alcun illecito apporto esterno.

Alla stregua di tali principi, la Commissione Disciplinare Nazionale accoglieva la richiesta dell’Avv. Petruccelli Rosa, riducendo la sanzione in maniera sensibile

Ben possiamo dire che la responsabilità oggettiva non è inattaccabile

La Legge Sportiva è uguale per tutti ? a cura dell’Avvocato Petruccelli Rosa

La ASD Valfabbrica, a mezzo del suo legale, la sottoscritta Avvocato Rosa Petruccelli,
chiedeva ed otteneva dalla Commissione Disciplinare Nazionale, Giudice Sportivo di secondo grado in Roma,
che si accertasse l’estraneità della Società in ordine alla tentata combine del suo allenatore.
La Commissione Disciplinare Nazionale accoglieva le argomentazioni della difesa
e riduceva la penalizzazione da 10 punti a 2 punti di penalizzazione per responsabilità oggettiva (senza colpa propria)
Scontata la sanzione e riscritta la classifica la vicenda aveva un inquietante seguito che ha dato
origine ad un secondo ricorso proposto dalla ASD Valfabbrica, sempre a mezzo della scrivente difesa dinanzi al Giudice
Sportivo Alta Corte di Giustizia Sportiva CONI di cui si allegano gli atti giudiziari di parte ricorrente (Valfabbrica)

In particolare

Il 9 settembre 2013 l’Avvocato Rosa Petruccelli ha discusso, nell’interesse della ASD Valfabbrica,
davanti all’Alta Corte di Giustizia Sportiva del CONI, a Roma un ricorso in cui vengono affrontate, per la prima volta, importanti questioni giuridiche di diritto sportivo.

1) è giusto che una società sportiva sanzionata a titolo di responsabilità oggettiva ( e quindi senza colpa alcuna) debba essere esclusa dai “ripescaggi”?

2) è giusto che una società sportiva, a cui è stato fatto disputare i Play-Off, una volta che li ha vinti
venga esclusa dalla Categoria Superiore conquistata sul campo, a causa di una sanzione per responsabilità oggettiva che era ben conosciuta già prima della disputa dei Play-Off?

3) Il principio di correttezza, lealtà e probità di cui all’articolo 1, comma 1 del Codice di Giustizia Sportiva deve essere rispettato solo dai tesserati e dalle società sportive oppure viceversa anche
dai soggetti (FIGC LEGA COMITATI) preposti ad organizzare e gestire le competizioni calcistiche?

4) Le società sportive danneggiate da eventuali errori della FIGC LEGA E COMITATI hanno diritto di vedersi risarciti tali danni?

Guardate gli allegati relativi agli atti del processo:

DISCUSSIONE VALFABBRICA 5

Memoria autorizzata Valfabbrica

Ricorso Introduttivo Valfabbrica

Memoria Integrativa Valfabbrica

L’etica Nello Sport – Relazione VIDEO Avvocato Rosa Petruccelli – prima parte

CONVEGNO 18 GENNAIO 2013

Santa Maria degli Angeli- Assisi

Relazione dell’Avvocato Rosa Petruccelli

ETICA NELLO SPORT

 

          Lo Sport è un settore con grandi potenzialità sia sotto l’aspetto materiale e quindi economico, sia sotto l’aspetto morale e quindi dello sviluppo psico-fisico, dell’educazione dei giovani e non da ultimo strumento di conservazione dello stato di benessere e salute della comunità intera.

Tutto ciò a patto che il sistema sportivo rispetti le regole che si è dato, prima tra tutte, quella per cui il risultato sportivo deve essere raggiunto attraverso le proprie capacità, il proprio impegno, il proprio sudore.

Il mancato rispetto di questa regola che nel mondo sportivo rappresenta, come vedremo, non una semplice prescrizione morale, ma una vera e propria norma giuridica, e quindi punita con una sanzione disciplinare, svuota di significato il senso stesso dello Sport.

Intanto lo Sport può continuare ad essere quello che è e cioè un generatore di emozioni in quanto impariamo di nuovo a “giocare pulito”.

Il calcioscommesse, le recenti rivelazioni di Armstrong a proposito dell’uso da parte sua di sostanze dopanti altro non sono che violazioni di quella regola fondamentale di cui parlavo.

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Il Sistema Sportivo è un mondo a sé, che si fa le norme da sé (che in taluni casi divergono da quelle statati), ha proprio organi di governo, ha propri giudici, ha propri “cittadini” (i tesserati e affiliati). Noi giuristi diciamo che si tratta di un ordinamento giuridico, e quindi un sistema organizzato, autogestito, autoreferente. Un sistema che non termina a livello nazionale, avendo ramificazioni a livello internazionale. Al di sopra delle Federazioni Nazionali, ci sono le Federazioni Internazionali, al di sopra del CONI c’è il CIO Comitato Olimpico Internazionale.

Abbiamo detto è un sistema che si fa le norme da sé.

Ogni Federazione ha le sue norme, i suoi giudici, i suoi apparati di governo.

Per esempio la Federazione Italiana Giuoco Calcio ha riunito tutte le norme sostanziali e di procedura in un codice, denominato Codice di Giustizia Sportiva.

E vedremo come in queste norme si nota una forte propensione del sistema sportivo al rispetto dei principi etici: quasi che nel mondo sportivo la morale, la religione e il diritto siano un tutt’uno.

Infatti  lo Sport si fa portatore dei valori di coesione sociale, di rispetto dell’altro, di condanna forte contro la discriminazione soprattutto razziale e contro la violenza. Questa propensione noi la troviamo nelle norme sportive.

Laddove, come meglio dirò successivamente, si fissa la regola secondo cui le società sportive rispondono degli illeciti dei propri tesserati nonché dei  comportamenti violenti e razzisti dei propri tifosi.

E ne rispondono non a livello morale, ma giuridico. Pensiamo che per le società di serie A ci sono pesanti multe che vanno dai 20.000 ai 50.000 euro, e potrebbe scattare anche la perdita della partita a tavolino per un episodio di violenza o razzismo degli ultrà.

Le società hanno dunque un vero e proprio obbligo di predisporre misure atte a evitare episodi razzisti e violenti.

Dicevamo una forte propensione delle norme sportive al rispetto di principi etici.

Infatti l’articolo 1 del Codice di Giustizia Sportiva della FIGC (ma il discorso vale per tutte le Federazioni) si apre dicendo che “tutti coloro che appartengono al mondo giuridico devono rispettare i principi di correttezza, lealtà, probità”, oltre ovviamente agli atti e alle norme federali.

I termini correttezza, lealtà, probità sono dei termini con forte connotazione religiosa, etica, morale, ma nel mondo sportivo sono codificati.

Infatti sono contenuti nel codice di giustizia sportiva che contiene norme giuridiche.

La giuridicità di queste norme, di questi principi sta a significare che il soggetto del mondo sportivo che viola questi principi viene sottoposto a sanzioni disciplinari: e quindi squalifica per la persona fisica, radiazione dal mondo sportivo;  per le società punti di penalizzazione, retrocessione.

Quindi sanzioni piuttosto gravi. Non si tratta di un semplice monito moralizzatore: “dovete essere corretti e leali”. No è un vero e proprio precetto giuridico.

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Il Codice di Giustizia Sportiva  poi così come fa il Codice Penale, prevede anche delle ipotesi illecite specifiche.

Pensiamo ad esempio all’illecito sportivo, che nel sistema sportivo è la violazione più grave, proprio perché viola la regola fondamentale, quella secondo cui non è importante solo raggiungere il risultato, è importante come lo si raggiunge.

Infatti l’illecito sportivo è l’atto diretto, con qualsiasi mezzo, ad alterare il risultato di una gara. Illecito che nel mondo sportivo è sanzionato con non meno di tre anni di squalifica (e per le società con i punti di penalizzazione).

Quindi se i capitani di due squadre si mettono d’accordo sulla combine di una partita è evidente che scatta l’illecito sportivo.

Ma qui vorrei aprire una parentesi (anche qualora non possa dirsi configurato l’illecito sportivo, neanche tentato,  perché magari la proposta di combine della partita è stata rifiutata,  colui che ha declinato si, la proposta illecita, ma non l’ha fatto immediatamente, cioè l’ha fatto solo dopo che ci sono stati degli incontri, delle trattative, per costui, il quale ha poi in definitiva rifiutato la proposta di truccare la partita scatta la  violazione della correttezza e lealtà sportiva, vediamo quindi come i principi di correttezza e lealtà sono vere e proprie norme giuridiche).

Il soggetto appartenente all’ordinamento sportivo ovviamente è anche cittadino dello Stato. E anche lo Stato lo punisce per l’illecito sportivo, non lo punisce invece per la slealtà sportiva. Ma per l’illecito sportivo si , ovviamente con altri tipi di sanzione. Con la sanzione penale, perché l’illecito sportivo nello Stato è reato, il reato di frode sportiva, un reato punito con la reclusione fino a due anni.

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Tutti noi conosciamo i fenomeni degenerativi nel mondo del calcio, pensiamo al fenomeno del  “calcioscommesse”.

E tutti noi sappiamo che il fenomeno criminale è ben più ampio. Non si limita cioè al semplice reato di frode sportiva, avendo la magistratura statale riscontrato un vera e propria associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva. Quindi con implicazioni della criminalità organizzata nazionale ed internazionale.

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C’è un’altra norma sportiva, contenuta nel Codice di Giustizia Sportiva che mostra la forte propensione del mondo sportivo a preservare l’Etica nello Sport.

Mi riferisco alla norma che punisce l’omessa denuncia.

Il soggetto appartenente al mondo sportivo che viene  a conoscenza di un illecito sportivo da altri commesso, deve immediatamente riferirne alla Procura Federale.

Cioè al Giudice Sportivo Inquirente e Requirente.

Se non lo fa è sottoposta a procedimento disciplinare e quindi a sanzione disciplinare.

Pensiamo al caso dell’allenatore della Juve Conte. Antonio Conte è stato giudicato colpevole per omessa denuncia dai Giudici Federali di primo e secondo grado (commissione disciplinare e corte federale), la sanzione ultima comminata dal Tnas Tribunale Nazionale Arbitrato sportivo, gestito dal CONI all’allenatore della Juve è stata 4 mesi di squalifica.

Anche questa norma dimostra come il mondo sportivo condanna fortemente ogni comportamento sleale tanto che impone ai propri cittadini tesserati di denunciare il comportamento illecito.

Questa condotta  illecita, l’omessa denuncia, a differenza dell’illecito sportivo viene sanzionata solo nel mondo sportivo. Non anche nell’ordinamento statale.

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Voglio fare un ultimo accenno a una tematica particolarmente importante, a cui ho fatto riferimento prima e cioè l’obbligo che le società sportive hanno di prevenire e combattere fenomeni di razzismo e violenza negli Stati

Le società sportive a tal fine predispongono sistemi di controllo all’ingresso degli Stadi, attraverso soggetti privati (considerati pubblici ufficiali nell’ipotesi in cui vengano aggrediti) che coadiuvano le forze dell’ordine nei controlli. Controllano dunque i tifosi  per verificare che  entrino nello Stadio striscioni che inneggianti alla violenza oppure al razzismo o per evitare che entrino nello Stadio oggetti pericolosi.

L’ultrà  cerca la guerra e quindi laddove trova terreno fertile  basato su pregiudizi e discriminazione affonda le armi della ignoranza e della intolleranza.

Al contrario lo Sport proclama il rispetto dell’avversario. Perché se ci pensiamo bene la presenza dell’avversario è necessaria alla competizione. Senza l’avversario non ci potrebbe essere competizione nel calcio.

Il problema è fondamentalmente culturale. Occorre riappropriarsi del vero significato dello Sport. Perché questi fenomeni degenerativi sono tutto tranne che Sport.

Avvocato Rosa Petruccelli

Doping: enti preposti ai controlli (terza parte) – a cura dell’Avv. Rosa Petruccelli

La legge n. 376 del 2000 all’articolo 3 prevede l’istituzione presso il Ministero della Sanità della Commissione per la Vigilanza e il Controllo sul doping (CVD). La Commissione è composta oltre che dai tecnici, dai rappresentanti del Ministero della Sanità e dei Beni e delle Attività Culturali, rappresentanti delle Regioni, del CONI, degli atleti e degli enti di promozione sportiva. E’ compito della Commissione di Vigilanza Antidoping individuare le sostanze dopanti e per fare ciò affida a laboratori accreditati dalla Agenzia Mondiale Antidoping (WADA) i controlli antidoping, la ricerca sui farmaci, sulle sostanze e metodi che costituiscono doping. La legge n. 376 del 2000 aveva introdotto la suindicata Commissione con il compito di sostituire il CONI nella funzione di determinare i casi e i metodi dei controlli antidoping. In altri termini l’Italia attraverso la istituzione della Commissione di Vigilanza Antidoping avrebbe dovuto avocare a sè i controlli antidoping, lasciando alla competenza del CONI solo l’applicazione delle sanzioni disciplinari. Attualmente la Commissione ha affidato i controlli antidoping alle strutture sportive.

In occasione dei controlli antidoping delle Olimpiadi di Torino 2006 la Commissione si è divisa: alcuni componenti che facevano capo al CONI hanno ritenuto che i controlli dovessero essere affidati al CIO-WADA. Il contrasto con il Ministero della Salute è stato risolto nel senso che un membro della Commissione Ministeriale. il Segretario Generale della Commissione, nonchè una segretaria hanno presenziato all’espletamento dei controlli affidati totalmente alla WADA e ai laboratori del CIO. Ossia agli enti sportivi. Il Ministero della Salute ha così revocato il decreto che attribuiva al Ministero della Salute la competenza dei controlli antidoping durante le manifestazioni sportive internazionali che si svolgevano in Italia. Con questo provvedimento il CONI è diventato di nuovo il responsabile dei controlli antidoping e il CIO ha l’esclusiva dei controlli sugli eventi internazionali.

Avvocato Rosa Petruccelli

Doping: in Italia è reato (seconda parte) – a cura dell’Avv. Rosa Petruccelli

 

Dalla definizione di doping contenuta nella legge n. 376 del 2000 si evinche che commette doping sia l’atleta che assume sostanze o adotta pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche, al fine di alterare le proprie prestazioni atletiche, sia chi le somministra o le procura agli atleti (es. medici sportivi, allenatori etc). Commettono, altresì, doping coloro che assumono o somministrano le sostanze vietate al solo scopo di vanificare i controlli antidoping. Una delle più importanti novità della legge n. 376 del 2000, è di avere introdotto la sanzione penale per i comportamenti vietati sopra descritti. Infatti l’articolo 9 della legge n. 376 del 2000, prevede che, salvo che il fatto costituisca più grave reato (ad esempio omicidio colposo), è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni e con la multa da lire 5 milioni a lire 100 milioni, chiunque procura ad altri, somministra, assume o favorisce comunque l’utilizzo di farmaci o sostanze vietate. la medesima pena si applica a chi adotta o sottopone altri a pratiche mediche vietate al solo scopo di modificare gli esiti dei controlli antidoping. Il comma 7 dell’articolo 9 della legge n. 376 del 2000 prevede inoltre la fattispecie di commercio abusivo di sostanze dopanti, prevedendo una pena più pesante rispetto a quella prevista per il reato di doping. Ossia la reclusione da 2  A 6 anni e la multa da lire 10 milioni a lire 150 milioni. E’ importante sottolineare che le sostanze e le pratiche mediche indicate nella legge e puntualizzate nei decreti ministeriali non sono illeciti di per sè. Lo diventano allorchè vengono utilizzate da o su soggetti sani, al solo scopo di migliorare le prestazioni atletiche, con conseguente alterazione psico-fisica dell’organismo. Poichè però anche l’atleta può ammalarsi, e può avere quindi la necessità di utilizzare quelle sostanze il cui uso “anomalo” è considerato reato, al fine dunque di tutelare la salute dell’atleta, ilcomma 4 dell’articolo 1 della legge n. 376 del 2000, prevede che in presenza di condizioni patologiche dell’atleta documentate e certificate dal medico, all’atleta può essere prescritto specifico trattamento, purchè sia attuato secondo quanto previsto dai regolamenti sportivi e nel rispetto dei dosaggi richiesti dalle specifiche esigenze terapeutiche. In tal caso l’atleta ha l’obbligo di tenere a disposizione delle autorità competenti la relativa documentazione. Orbene all’atleta che partecipi a competizioni sportive è consentito utilizzare trattamenti terapeutici, ma nel rispetto dei regolamenti sportivi. Il regolamento antidoping adottato dalla Agenzia mondiale antidoping (WADA), approvato dalla Giunta Nazionale del CONI, ha previsto che gli atleti affetti da una patologia documentata, che necessita l’uso di una sostanza vietata o di un metodo vietato, possano richiedere di essere autorizzati  all’uso (c.d. esenzione e fini terapeutici). Se l’atleta ha omesso di seguire la procedura per ottenere l’esenzione si pone il problema di stabilire se debba essere sanzionato penalmente. Si ritiene che l’omissione della procedura non esclude l’esistenza della patologia, pertanto l’omessa osservanza della procedura di esenzione ai fini terapeutici potrà costituire solo illecito sportivo.

Avvocato Rosa Petruccellik

L’arbitrato sportivo – a cura dell’Avvocato Rosa Petruccelli

 

Nel mondo sportivo è molto frequente il ricorso alla c.d. “clausola compromissoria”. Si tratta della clausola contenuta negli statuti

e nei regolamenti federali con la quale le parti si obbligano a rivolgersi ad Arbitri, anzichè ai Giudici Statali per risolvere controversie

tra di essi insorti.

Il soggetto che entra a far parte di una Federazione Sportiva sottoscrive un modulo nel quale dichiara di accettare le norme

contenute nello Statuto e nei Regolamenti interni, tra le quali figura la clausola compromissoria.

In buona sostanza la clausola compromissoria dà vita ad un arbitrato volontario, basato pertanto sulla volontà delle parti

di non adire i Giudici Statali. Ogni Federazione prevede proprie clausole compromissorie con caratteristiche diverse. Però

in via generale può dirsi che non tutte le controversie sportive possono essere deferite ad Arbitri. Ad essi possono essere

devolute le controversie riguardanti gli affiliati e i tesserati, ma non quelle in cui sono coinvolti terzi estranei non affiliati

o non tesserati, o sono coinvolte le Federazioni.

Per quanto riguarda le tipologie di controversie che possono essere devolute al Collegio Arbitrale sussistono due ordini di

limiti. Da una parte qualora nella Federazione siano costituiti organi giurisdizionali federali competenti a decidere determinate

controversie, queste ultime non possono essere deferite ad Arbitri.

Ad esempio nel calcio sono previsti organi deputati alla risoluzione di questioni di carattere patrimoniale tra società (Commissione

Vertenze Economiche) o di carattere associativo (Commissione Tesseramenti). Orbene tali questioni non possono essere deferite

dagli affiliati e tesserati della FIGC al Collegio Arbitrale.

Sotto altro aspetto è l’ordinamento statale che pone dei limiti alla devoluzione di controversie ad arbitri. Infatti gli artt. 806 e

808 c.p.c. pongono dei limiti di carattere oggettivo alla deferibilità ad Arbitri. In generale possiamo dire che non possono essere

deferiti ad Arbitri controversie aventi ad oggetto diritti non disponibili, ossia questioni aventi interesse generale.

L’arbitrato si pone come strumento alternativo di risoluzione delle controversie affidato a privati cittadini in virtù di un vincolo

associativo. Le caratteristiche dell’arbitrato sono: 1) la terzietà dei Giudici-Arbitri rispetto alle parti; 2) la volontarietà della

sottoposizione al giudizio del Collegio Arbitrale; 3) l’osservanza di particolari garanzie procedurali; 4) la funzione sostitutiva della

Giurisdizione.

Ne consegue che non può parlarsi di arbitrato sportivo nel caso in cui il Giudicante non sia in posizione di terzietà rispetto alle parti

in lite.

Dal momento della sottoscrizione della decisione arbitrale, denominata “lodo”, le parti hanno l’obbligo di rispettare la decisione

emessa. Si pone il problemaperò di individuare la natura del lodo. Se si tratti cioè di un lodo rituale o irrituale. Il lodo rituale è

una vera e propria sentenza, dotata perciò di efficacia esecutiva anche nell’ ordinamento statale. Il lodo irrituale invece è

qualificabile come contratto. Pertanto in caso di inadempimento dello stesso, i rimedi sono quelli specifici dell’inadempimento

contrattuale. Con la precisazione però che le Federazioni nei casi di inosservanza dei lodi arbitrali, prevedono l’applicazione di

sanzioni disciplinari che possono arrivare persino alla radiazione dall’ordinamento sportivo dell’inadempiente.

Avvocato Rosa Petruccelli – Foro di Perugia

 

I rapporti tra giustizia sportiva e giustizia statale: la legge n. 280 del 2003 – a cura dell’Avv. Rosa Petruccelli

 

L’ordinamento sportivo si è dotato di una propria giustizia che decide sulle controversie insorte tra i soggetti che dell’ordinamento

sportivo fanno parte. E’ evidente però che tali soggetti (atleti, società sportive, associazioni etc.) fanno parte anche dell’ordinamento

statale. Da ciò consegue che ad essi non può essere precluso in assoluto il diritto di adire le autorità giurisdizionali dello Stato e che

uno stesso fatto storico può essere valutato differentemente dai due ordinamenti (quello statale e quello sportivo).

La legge n. 280 del 2003 è intervenuta per disciplinare i rapporti tra giustizia statale e giustizia sportiva.

L’articolo 2 della legge citata riserva all’ordinamento sportivo le questioni di carattere tecnico-disciplinare aventi rilevanza

esclusivamente interna.

L’articolo 3 1° comma della medesima legge riconosce la giurisdizione del giudice ordinario sui rapporti patrimoniali tra società,

associazioni e atleti  (previo il rispetto delle clausole compromissorie), mentre spettano alla giurisdizione del giudice amministrativo

le controversie che hanno per oggetto l’impugnativa di atti del CONI o delle Federazioni Sportive Nazionali che si configurano come

decisioni amministrative aventi rilevanza per l’ordinamento statale (sempre previo il rispetto delle clausole compromissorie).

Inoltre l’articolo 3, comma 1 della legge n. 280 del 2003 ha stabilito con l’inciso “esauriti i gradi della Giustizia Sportiva” che

l’esercizio innanzi ai giudici statali sia possibile soltanto nei casi in cui il giudizio sia stato preventivamente promosso, in tutti i gradi

previsti dalla normativa, innanzi agli organi della Giustizia Sportiva.

Non è ben chiaro se sia sufficiente esperire  i rimedi giustiziali federali o piuttosto sia necessario  rivolgersi anche agli

organi di Giustizia predisposti dal CONI (Alta Corte e TNAS) prima di poter adire il giudice statale.

In ogni caso dopo avere esperito tutti i “gradi di Giustizia Sportiva” non è più consentita alcuna limitazione alla tutela

giurisdizionale dinanzi al giudice amministrativo.

L’onere che incombe sulle società sportive, associazioni sportive, atleti e tesserati di adire preventivamente gli organi di Giustizia

Sportiva mira a salvaguardare il fondamento dell’autonomia dell’ordinamento sportivo che trae origine dalle norme costituzionali

di cui agli artt. 18 e 2 della Costituzione.

Avvocato Rosa Petruccelli

 

La “Giustizia Sportiva” a cura dell’Avvocato Rosa Petruccelli

Con il termine “Giustizia Sportiva” si intendono i mezzi di risoluzione delle controversie che insorgono tra atleti, società sportive

e Federazioni, predisposti dai regolamenti e dagli Statuti Federali.

Pertanto ogni Federazione prevede e disciplina un proprio Sistema di Giustizia Sportiva.

L’ articolo 34 comma 4° dello Statuto della Federazione Italiana Gioco Calcio prevede i seguenti organi di Giustizia Sportiva:

1) La Corte di Giustizia Federale; 2) la Commissione Disciplinare Nazionale; 3) I giudici sportivi nazionali; 4) le Commissioni

Disciplinari Territoriali; 5) i giudici sportivi territoriali.

Però non tutte le controversie insorte tra atleti, società e federazioni possono essere decise dagli organi di Giustizia Sportiva.

Infatti rientrano nell’ambito della giustizia sportiva le controversie di ordine tecnico e disciplinare. Le prime attengono alla

organizzazione delle gare e alla regolarità delle stesse; le seconde si riferiscono a comportamenti degli affiliati contrari ai

principi ispiratori dell’attività sportiva.

Qualche statuto federale prevede anche controversie di carattere patrimoniale da demandare agli organi di giustizia sportiva.

Ma anche all’interno di queste controversie bisogna distinguere.

Infatti se da un lato vero è che una controversia tecnica non può essere devoluta alla cognizione del giudice statale, è altrettanto

vero che qualora alla controversia tecnica consegua una sanzione disciplinare che modifichi lo status di affiliato, pregiudicando

sensibilmente la possibilità di svolgere attività agonistica subentra la giurisdizione del Giudice amministrativo, potendosi

configurare la violazione di una situazione giuridica di interesse legittimo.

Una volta esperiti i rimedi federali di risoluzione delle controversie previsti dagli statuti e dai regolamenti è possibile adire

in via alternativa all’Alta Corte di Giustizia Sportiva o al Tribunale Nazionale di Arbitrato per lo Sport (TNAS), organi istituiti

dal nuovo articolo 12 dello Statuto del CONI e dai successivi artt. 12 bis e 12 ter.

L’Alta Corte costituisce l’ultimo grado della giustizia sportiva per le controversie di notevole rilevanza per l’ordinamento

sportivo e per i diritti indisponibili.

Il TNAS ha competenza arbitrale sulle controversie che insorgono tra una federazione sportiva nazionale e soggetti affiliati

o tesserati, a condizione che siano stati esauriti i ricorsi interni alla federazione.

La decisione del TNAS è qualificata dall’articolo 12 ter dello Statuto CONI espressamente come “lodo”, avvero il quale

è sempre ammesso il ricorso per nullità ai sensi dell’articolo 828 c.p.c. (articolo 12 ter, comma 3° dello Statuto del CONI).

Peraltro i nuovi principi informatori del CONI prevedono che i gradi di giudizio saranno due anzichè gli attuali tre, allo

scopo di abbreviare ulteriormente i tempi della giustizia sportiva.

Avvocato Rosa Petruccelli

L’atleta professionista è un lavoratore subordinato……molto speciale!!! A cura dell’Avv. Rosa Petruccelli

 

Con l’emanazione della legge n. 91 del 1981 si introduce la regola della presunzione di subordinazione per l’atleta professionista.

Pertanto salvo ipotesi marginali, l’atleta professionista è un lavoratore subordinato. Ma non è un lavoratore subordinato qualsiasi!

Invero stante la peculiarità dell’attività lavorativa esercitata dall’atleta professionista, l’ordinamento statale disciplina la suddetta

attività sportiva in modo in parte diverso rispetto ai comuni rapporti di lavoro subordinato.

L’articolo 4 della legge n. 91 del 1981 rubricato: “Disciplina del lavoro subordinato sportivo” recita “Il rapporto di prestazione

sportiva a titolo oneroso si costituisce mediante assunzione diretta e con la stipulazione di un contratto in forma scritta, a pena di

nullità, tra lo sportivo e la società destinataria delle prestazioni sportive, secondo il contratto tipo predisposto, conformemente

all’accordo stipulato, ogni tre anni dalla federazione sportiva nazionale e dai rappresentanti delle categorie interessate. la società

ha l’obbligo di depositare il contratto presso la federazione sportiva nazionale per l’approvazione (….).

Pertanto il contratto di lavoro dello sportivo professionista deve essere redatto, sotto pena di nullità, in forma scritta e deve essere

conforme alla contrattazione collettiva di settore. Ciò diversamente da quanto previsto per i comuni rapporti di lavoro, per i quali,

come è noto, vige la regola della libertà delle forme. La necessità della forma scritta per il contratto di lavoro sportivo mira anche

e forse soprattutto, a consentire un controllo dello stesso da parte delle Federazioni di riferimento.

Infatti per acquistare efficacia il contratto di lavoro dello sportivo deve essere depositato presso la Federazione al fine di ottenere

l’approvazione di quest’ultima.

Inoltre è da aggiungere che, per espressa previsione della legge del 1981, molte ed importanti norme disciplinanti il comune rapporto

di lavoro subordinato non trovano applicazione in tale settore.

Trattasi dunque si di lavoro subordinato, ma molto speciale!

Avv. Rosa Petruccelli

La legge n. 91 del 1981: l’abolizione del c.d. vincolo sportivo per i professionisti sportivi

A cura dell’Avvocato Rosa Petruccelli

Prima della legge del 1981 n. 1 il professionista sportivo non veniva inquadrato in un rapporto di lavoro, in quanto si riteneva che lo sport

fosse estraneo al sinallagma tipico dei rapporti di lavoro.

Secondo questa impostazione l’essenza dello sportivo (senza distinzione tra professionista e non) è la tensione verso la vittoria e verso il miglioramento della efficienza fisica e morale.

Ante riforma dunque non vi era alcuna differenza tra dilettantismo e professionismo, in quanto la sostanza del fenomeno era considerata la medesima.

Il rapporto tra atleta professionista e società sportiva era caratterizzato esclusivamente dall’affiliazione all’associazione sportiva e

dall’autorizzazione amministrativa da parte della Federazione competente.

L’atleta professionista era vincolato alla società che lo aveva formato.

Il vincolo a favore della associazione sportiva si configurava come un vero e proprio patto di non concorrenza.

Soltanto la rinuncia al patto di non concorrenza da parte del titolare del vincolo (rappresentato documentalmente dal cartellino)

consentiva  (dietro pagamento di un corrispettivo), che l’atleta potesse passare ad altra associazione.

La legge del 1981 n. 91 interviene in maniera significativa su questi aspetti.

Invero essa:

1) abolisce il vincolo sportivo con conseguente eliminazione di ogni limitazione della libertà contrattuale dell’atleta professionista;

2) formula una netta distinzione tra dilettantismo e professionismo;

3) impone alle società sportive di trasformarsi in società per azioni o in società a responsabilità limitata.

Avv. Rosa Petruccelli