Commento a decisione n. 28/2013 dell’Alta Corte di Giustizia Sportiva- a cura dell’Avv. Carlo Rombolà

Commento a decisione n. 28/2013 dell’Alta Corte di Giustizia Sportiva

 

Il 9 settembre u.s., l’Alta Corte di Giustizia Sportiva si è pronunciata nei confronti del ricorso presentato dall’A.S.D. Valfabbrica, difesa dall’avv. Rosa Petruccelli del Foro di Perugia, contro la decisione del Comitato Regionale Umbro di escludere la ricorrente dal Campionato di Eccellenza (C.U. n. 3/bis del 18.07.2013, così come ribadito dal medesimo Comitato Regionale con delibera del 06.08.2013, pubblicata nel C.U. n.8 del 06.08.2013 a seguito del reclamo del 24.07.2013).

L’Alta Corte ha rigettato il ricorso dell’associazione sportiva dilettantistica del perugino, suffragando la propria decisione con un’ampia motivazione, in risposta alle deduzioni della ricorrente.

In essa confluiscono diverse importanti tematiche giuridico-sportive, quali la responsabilità oggettiva delle società, l’illecito sportivo ed i principi di correttezza, lealtà e probità nello sport, così come sanciti all’art. 1 comma I del Codice di Giustizia Sportiva.

L’esclusione era stata decisa a seguito di un presunto tentativo di illecito sportivo, perpetrato dall’ex tecnico della compagine umbra, al fine di alterare il risultato di una gara del Campionato di Promozione, che aveva portato all’applicazione del criterio di responsabilità oggettiva della società, per fatto di un suo tesserato.

A tale proposito, va precisato che è attualmente pendente avanti al Tribunale Nazionale di Arbitrato per lo Sport un ricorso dell’allenatore per ottenere l’annullamento della condanna.

In seguito all’applicazione della sanzione, l’A.S.D. Valfabbrica si era trovata a dover scontare una forte penalizzazione in classifica (10 punti in prima istanza, poi ridotti a 2 in sede di ricorso), con la conseguenza di perdere il primato in classifica, ottenuto sino a quel momento nonché la possibilità di accedere alle gare di spareggio per la promozione, dovendo così “accontentarsi” della sola opportunità di disputare i play-off, utili al fine di un eventuale ripescaggio.

Ciò nonostante, vista l’ampia capacità sportiva della ricorrente, il 02.06.2013, la stessa vinceva la finale dei play-off, cui seguiva lo spareggio contro l’A.S.D. Gm10, disputatosi l’11.06.2013, anch’esso appannaggio della A.S.D. Valfabbrica.

Cosicché, quella che doveva essere una decisione quasi routinaria da parte del Comitato Regionale Umbro, rivelatosi comunque inflessibile nei confronti della ricorrente, costretta a pagare un conto salatissimo per il fatto di un suo tesserato (peraltro ancora da passare in giudicato, vista la pendenza di un nuovo giudizio di fronte al T.N.A.S.), ha causato, successivamente, il proporsi di un nuovo reclamo, resosi indispensabile per rispetto delle imprese sportive dell’A.S.D. Valfabbrica, capace di ribaltare – sul campo – il verdetto dei tribunali.

Infatti, a seguito della vittoria sull’A.S.D. Gm10, la ricorrente conquistava, di fatto, il diritto ad essere ripescata nel Campionato di Eccellenza Umbra, dimostrando, se non altro, di meritare il primato in classifica che le era stato tolto d’imperio qualche settimana prima.

A seguito della sconfitta nella gara del 2 giugno, l’A.S.D. Gm10 presentava istanza alla Corte Federale della F.I.G.C., in cui chiedeva di escludere la società Valfabbrica dalla classifica per eventuale ripescaggio, invocando una riserva che sarebbe stata presentata prima della sfida decisiva.

Tale incontro veniva prima omologato, come si evince dal C.U. n. 140 del 12.06.2013 e successivamente non più riconosciuto, con C.U. n. 3/bis del 18.07.2013.

Nella motivazione di quest’ultimo comunicato, si legge che l’A.S.D. Valfabbrica sarebbe stata esclusa dal ripescaggio ai sensi della lettera c), n. 5 del C.U. n. 88 del 02.02.2013, avendo riportato nelle ultime tre stagioni sportive condanna per illecito sportivo, con richiamo al provvedimento della Commissione Disciplinare Nazionale per il presunto tentativo di illecito perpetrato dall’ex allenatore della società umbra.

Alla pronuncia del 18 luglio, è seguito un nuovo ricorso del Valfabbrica, che ha dato vita ad un procedimento conclusosi ufficialmente solo il 03.10.2013, data di deposito della sentenza da parte dell’Alta Corte di Giustizia Sportiva.

Tale sostanziosa premessa risulta indispensabile per una giusta comprensione dei temi del processo, nonché al fine di una corretta analisi giuridica dei fatti in commento.

In primo luogo, si discute sull’opportunità di accumunare, nel trattamento sanzionatorio, i due tipi di responsabilità, diretta ed oggettiva, che implicano, per definizione, un diverso grado di partecipazione all’illecito da parte della società sanzionata.

Nei fatti, la società umbra è stata penalizzata per un presunto (e quindi non comprovato) tentativo di illecito del suo allenatore dell’epoca, nonostante la mancata consumazione dell’illecito stesso e la vincita sul campo della partita incriminata.

Come evidenziato dall’avv. Petruccelli, la pretesa di una nuova esclusione in base al medesimo fatto illecito, a seguito della riconquista sul campo del diritto di accedere al Campionato di Eccellenza, andrebbe a determinare una sproporzione della sanzione inflitta al responsabile oggettivo, rispetto a quella comminata all’autore dell’illecito.

In proposito, sono stati invocati i principi di correttezza, lealtà e probità sportiva, in base ai quali le norme ambigue dovrebbero essere interpretate a favore del destinatario della misura sanzionatoria nonché il principio di ragionevolezza nell’applicazione delle norme stesse.

A nostro avviso, bene ha fatto la difesa della ricorrente a sostenere la violazione dei suddetti principi da parte delle Autorità Sportive (riconducibile anche e soprattutto alle imprecisioni dei soggetti che hanno dettato le norme).

Di notevole portata, inoltre, il peso specifico attribuibile al precedente, non vincolante, dell’U.S. Campobasso, ammesso al ripescaggio nella stagione 2010/2011, nonostante la condanna per illecito sportivo.

Inoltre, non si dimentichi che l’originaria sanzione comminata al Valfabbrica (10 punti di penalizzazione e 5.000,00 Euro di ammenda) è stata poi ridotta a 2 punti di penalizzazione ed a 1.500,00 Euro di ammenda dalla Commissione Disciplinare Nazionale, persuasa dall’avv. Petruccelli dell’estraneità della società al presunto fatto illecito.

D’altronde, non si possono non condividere i rilievi dell’Alta Corte, la quale, nel motivare la propria decisione, rammenta che “il sistema sportivo esige, nei confronti di tutti coloro che operano in un’associazione sportiva nella qualità di giocatori tesserati, di preposti a settori anche circoscritti o di soggetti rivestiti di funzioni organizzative o tecniche di allenamento e formazione, un’elevata sensibilità ai principi di lealtà e correttezza nelle loro attività; ciò a maggior ragione nello sport dilettantistico, in cui sono prevalenti gli interessi dei giovani e della loro formazione”.

Rimane il dubbio sul fatto che tale riflessione – che, come detto, ci trova pienamente d’accordo in linea di principio – possa riguardare il caso di specie, dal momento che l’illecito in parola non riveste i crismi della gravità, poiché si è trattato pur sempre di un presunto mero tentativo di illecito sportivo, in ambito al quale la società ricorrente non avrebbe avuto alcun ruolo, né propulsivo, né acquiescente.

A questo proposito, non si può fare a meno di notare che la precedente decisione della C.D.N. sulla vicenda (che – come sopra evidenziato – ha diminuito la pena in termini di ammenda e punti in classifica), dimostra come l’istituto della responsabilità oggettiva non vada più trattato alla medesima stregua della responsabilità diretta delle società, nel senso in cui la prima meriti un trattamento sanzionatorio più lieve, qualora la società dimostri la propria assoluta estraneità al presunto fatto illecito (cfr. caso Doni-Atalanta, uno dei primi precedenti in cui i giudici federali hanno nettamente distinto i due tipi di responsabilità, anche sotto il profilo sanzionatorio).

Ben più grave, ad avviso di chi scrive, si è rivelata l’esclusione dal ripescaggio (successiva alla finale dei play-off) per la A.S.D. Valfabbrica, alla quale è stato concesso, da parte delle Autorità sportive competenti, di partecipare alle competizioni per l’accesso alla serie superiore, senza curarsi della possibilità (e, forse, intimamente, denegando tale ipotesi) che la compagine sanzionata sarebbe riuscita a conquistare, sul campo, un diritto che le era stato tolto per responsabilità oggettiva.

Infatti, dal momento che l’esclusione dal concorso (leggasi, ripescaggio) doveva riguardare, ex C.U. n. 88 del 02.02.2013, “le società che nelle ultime stagioni sportive siano state condannate per illecito sportivo”, tanto valeva inibire alla compagine sanzionata anche la partecipazione ai play-off, che sarebbero serviti per comporre la graduatoria per gli eventuali ripescaggi di inizio stagione.

Da ultimo, è appena il caso di ricordare come sia, ad oggi, pendente di fronte al T.N.A.S. un giudizio di impugnazione da parte dell’ex tecnico del Valfabbrica, che potrebbe revisionare, se non ribaltare, la precedente pronuncia.

La situazione processuale, così come delineata in questa sede, offre numerosi spunti di riflessione, sia di diritto sostanziale, che procedurale.

Avvocato Carlo Rombolà

La responsabilità oggettiva delle società sportive non è inattaccabile a cura dell’Avvocato Petruccelli Rosa

IL CASO

Tolti otto punti di penalizzazione al Valfabbrica Calcio, a seguito del ricorso depositato dalla Società Umbra, a mezzo dell’Avv. Petruccelli Rosa, dinanzi alla Commissione Disciplinare Nazionale.

La Commissione Disciplinare Nazionale, presieduta dall’Avv. Artico, ha accolto il ricorso, riducendo la sanzione da 10 punti di penalizzazione a soli due punti di penalizzazione, e la multa da euro 5000 ad euro 1500 (C.U. n. 93/CDN del 24.05.2013)

I FATTI

L’allenatore della ASD Valfabbrica, avrebbe tentato di combinare una partita del Campionato di Promozione Umbro, all’insaputa dei dirigenti della Società.

Tentativo non accolto.

In primo grado, dinanzi alla Commissione Disciplinare Territoriale Umbra il Valfabbrica Calcio veniva sanzionato con dieci punti di penalizzazione ed euro 5000 di multa.

Ritenuta eccessiva  la sanzione, la ASD umbra, a mezzo dell’Avv. Petruccelli Rosa chiedeva ed otteneva dalla Commissione Disciplinare Nazionale la riduzione  richiesta.

La sanzione così ridotta veniva comminata, stante l’assoluta accertata estraneità della società ai fatti,  a titolo di responsabilità oggettiva.

Al fine di supportare la propria difesa, l’Avv. Petruccelli Rosa faceva riferimento al precedente CASO DONI-ATALANTA.

In particolare poneva in risalto il principio di diritto secondo cui se è vero che la responsabilità oggettiva è un cardine dell’ordinamento sportivo, è altrettanto vero che è necessaria una graduazione della responsabilità in relazione al caso concreto.

In altri termini, nel valutare la misura della sanzione da applicare alla società sportiva, in conseguenza dell’illecito commesso dal proprio tesserato, occorre prendere in considerazione non solo la gravità del fatto commesso dal tesserato, ma anche il ruolo rivestito dalla Società nella vicenda illecita.

Laddove la società non ha ricevuto alcun vantaggio dall’illecito perpetrato dal proprio tesserato, e non ha rivestito alcun ruolo nella vicenda illecita, la sanzione dovrà essere particolarmente lieve.

Nel caso del Valfabbrica è stata riconosciuta l’assoluta estraneità della società al presunto fatto illecito del tesserato.

Peraltro il Valfabbrica, da un punto di vista sportivo, non ha tratto alcun vantaggio dall’illecito, non essendo stato consumato.

Pertanto la società umbra ha ottenuto la vittoria nella partita “incriminata”, senza alcun illecito apporto esterno.

Alla stregua di tali principi, la Commissione Disciplinare Nazionale accoglieva la richiesta dell’Avv. Petruccelli Rosa, riducendo la sanzione in maniera sensibile

Ben possiamo dire che la responsabilità oggettiva non è inattaccabile

La Legge Sportiva è uguale per tutti ? a cura dell’Avvocato Petruccelli Rosa

La ASD Valfabbrica, a mezzo del suo legale, la sottoscritta Avvocato Rosa Petruccelli,
chiedeva ed otteneva dalla Commissione Disciplinare Nazionale, Giudice Sportivo di secondo grado in Roma,
che si accertasse l’estraneità della Società in ordine alla tentata combine del suo allenatore.
La Commissione Disciplinare Nazionale accoglieva le argomentazioni della difesa
e riduceva la penalizzazione da 10 punti a 2 punti di penalizzazione per responsabilità oggettiva (senza colpa propria)
Scontata la sanzione e riscritta la classifica la vicenda aveva un inquietante seguito che ha dato
origine ad un secondo ricorso proposto dalla ASD Valfabbrica, sempre a mezzo della scrivente difesa dinanzi al Giudice
Sportivo Alta Corte di Giustizia Sportiva CONI di cui si allegano gli atti giudiziari di parte ricorrente (Valfabbrica)

In particolare

Il 9 settembre 2013 l’Avvocato Rosa Petruccelli ha discusso, nell’interesse della ASD Valfabbrica,
davanti all’Alta Corte di Giustizia Sportiva del CONI, a Roma un ricorso in cui vengono affrontate, per la prima volta, importanti questioni giuridiche di diritto sportivo.

1) è giusto che una società sportiva sanzionata a titolo di responsabilità oggettiva ( e quindi senza colpa alcuna) debba essere esclusa dai “ripescaggi”?

2) è giusto che una società sportiva, a cui è stato fatto disputare i Play-Off, una volta che li ha vinti
venga esclusa dalla Categoria Superiore conquistata sul campo, a causa di una sanzione per responsabilità oggettiva che era ben conosciuta già prima della disputa dei Play-Off?

3) Il principio di correttezza, lealtà e probità di cui all’articolo 1, comma 1 del Codice di Giustizia Sportiva deve essere rispettato solo dai tesserati e dalle società sportive oppure viceversa anche
dai soggetti (FIGC LEGA COMITATI) preposti ad organizzare e gestire le competizioni calcistiche?

4) Le società sportive danneggiate da eventuali errori della FIGC LEGA E COMITATI hanno diritto di vedersi risarciti tali danni?

Guardate gli allegati relativi agli atti del processo:

DISCUSSIONE VALFABBRICA 5

Memoria autorizzata Valfabbrica

Ricorso Introduttivo Valfabbrica

Memoria Integrativa Valfabbrica

Italo Cucci al Convegno sullo Sport a Santa Maria degli Angeli – Assisi (PG)

Il 18 gennaio 2013 si è svolto al Cenacolo francescano di Santa Maria degli Angeli uno  stimolante incontro.

Si è parlato dello Sport sotto diversi profili.Il famoso giornalista sportivo Italo Cucci ha sottolineato come l’azienda calcistica non è  “un’azienda di 11 signori in mutande che rincorre una palla, che è una immagine abbastanza ridicola. E’ un mondo che veniva definito fino a qualche anno fa la sesta industria nazionale per fatturato. (…). E si parla poco di una azienda con un fatturato enorme che rischia di andare a picco perchè è assolutamente lontana da ogni criterio morale”.

L’avvocato Rosa Petruccelli, specializzata in diritto sportivo, ha illustrato la normativa sportiva e statale sull’ illecito sportivo, frode sportiva  e doping. Mauro Rosati ha trattato gli aspetti finanziari delle società sportive. Don Elio Bromuri ha presentato gli aspetti morali e spirituali della pratica sportiva, mettendo in evidenza alcuni valori che sono comuni allo sport e alla formazione morale e spirituale. L’artista Giovanna Bruschi ha regalato a tutti una copia di una sua opera pittorica molto bella ispirata alla mistica beata Angelada Foligno. L’ incontro è stato presentato dal Prof. Tommaso Sediari, in qualità di direttore della Scuola di Etica ed Economia di Assisi. Al termine sono stati ricordati Alfredo de Poi Alviero Moretti, due persone meritevoli dello Sport e dell’Arte.

Avvocato Rosa Petruccelli

 

I Controlli Antidoping (terza parte) a cura dell’Avvocato Rosa Petruccelli

La legge n. 376 del 2000 all’articolo 3 prevede l’istituzione presso il Ministero della Sanità della Commissione per la Vigilanza e il Controllo sul doping (CVD). La Commissione è composta oltre che dai tecnici, dai rappresentanti del Ministero della Sanità e dei Beni e delle Attività Culturali, rappresentanti delle Regioni, del CONI, degli atleti e degli enti di promozione sportiva. E’ compito della Commissione di Vigilanza Antidoping individuare le sostanze dopanti e per fare ciò affida a laboratori accreditati dalla Agenzia Mondiale Antidoping (WADA) i controlli antidoping, la ricerca sui farmaci, sulle sostanze e metodi che costituiscono doping. La legge n. 376 del 2000 aveva introdotto la suindicata Commissione con il compito di sostituire il CONI nella funzione di determinare i casi e i metodi dei controlli antidoping. In altri termini l’Italia attraverso la istituzione della Commissione di Vigilanza Antidoping avrebbe dovuto avocare a sè i controlli antidoping, lasciando alla competenza del CONI solo l’applicazione delle sanzioni disciplinari. Attualmente la Commissione ha affidato i controlli antidoping alle strutture sportive.

In occasione dei controlli antidoping delle Olimpiadi di Torino 2006 la Commissione si è divisa: alcuni componenti che facevano capo al CONI hanno ritenuto che i controlli dovessero essere affidati al CIO-WADA. Il contrasto con il Ministero della Salute è stato risolto nel senso che un membro della Commissione Ministeriale. il Segretario Generale della Commissione, nonchè una segretaria hanno presenziato all’espletamento dei controlli affidati totalmente alla WADA e ai laboratori del CIO. Ossia agli enti sportivi. Il Ministero della Salute ha così revocato il decreto che attribuiva al Ministero della Salute la competenza dei controlli antidoping durante le manifestazioni sportive internazionali che si svolgevano in Italia. Con questo provvedimento il CONI è diventato di nuovo il responsabile dei controlli antidoping e il CIO ha l’esclusiva dei controlli sugli eventi internazionali.

Avvocato Rosa Petruccelli

L’altra faccia della medaglia: il doping. Relazione VIDEO seconda parte dell’Avv. Rosa Petruccelli al Convegno sullo Sport

DOPING

Convegno 18 gennaio 2013

Santa Maria degli Angeli  – Assisi

Anche il doping è una condotta definita e disciplinata sia dalle norme statali che dalle norme sportive. Ma a differenza delle ipotesi illeciti di cui ho parlato prima la disciplina del doping non la troviamo nel Codice di Giustizia Sportiva, ma in un apposito regolamento emanato dal CONI di cui dirò piuttosto corposo in seguito, a dimostrazione della forte condanna del mondo dello sport contro il fenomeno doping.

Che cos’è sostanzialmente il doping?

Il doping come tendenza ad assumere sostanze idonee a migliorare le prestazioni sportive è un fenomeno che è sempre esistito. Già nelle prime Olimpiadi, nel 776 A.C. gli atleti facevano uso di semi di sesamo, consideranti dopanti. Se venivano scoperti, venivano squalificati dalla gara e giustiziati. Oggi i semi di sesamo non sono considerati una sostanza dopante, così come le abitudini alimentari (ad esempio mangiare grandi quantitativi di carne rossa, non rientrano nel concetto moderno di doping.

Oggi con il termine doping si fa riferimento soprattutto all’uso di farmaci o di terapie mediche, in assenza di malattia. Quindi la sostanza dopante è un farmaco, che di per sé non è illecita, anzi ci aiuta a combattere le malattie, ma che assunta da un atleta sano, diventa illecita.

Ma perché un soggetto sano dovrebbe assumere un farmaco o sottoporsi ad una terapia medica?

Perché vi sono alcuni farmaci e alcune terapie mediche che modificando le condizioni biologiche dell’atleta migliorano le sue prestazioni agonistiche.

Pensiamo agli steroidi anabolizzanti che favoriscono il processo costruttivo dell’organismo (ad esempio il testosterone e i suoi derivati sintetici), oppure pensiamo agli ormoni che sono sostanze prodotte da ghiandole endocrine direttamente nel sangue e che vengono assunti dall’atleta perché migliorano l’assorbimento e il trasporto di ossigeno nel sangue. Si tratta dei tristemente noti EPO, DEPO, CERA. L’EPO.

E’ di questi giorni la notizia della confessione da parte di un famoso ciclista texano, Lance Armostrong, il quale appunto ha rivelato in una trasmissione televisiva di aver fatto uso di Epo, durante la sua carriera. Tant’è che gli sono stati revocati i sette tour de France.

Per quanto riguarda le terapie mediche illecite, pensiamo ad esempio all’autoemotrasfusione. In cosa consiste questo procedimento? In buona sostanza si preleva il sangue all’atleta un mese prima della gara. Il sangue viene conservato e poi rimesso nell’organismo dello stesso atleta qualche giorno prima della gara. Ciò comporta un aumento dei globuli rossi in circolazione, con un miglioramento della capacità aerobica e quindi un miglioramento delle prestazioni agonistiche.

Come dicevamo anche il doping è disciplinato sia dalle norme sportive, sia dalle norme statali.

Con la legge statale n. 376 del 2000, è considerato reato anche l’uso personale di sostanze vietate. Quindi in Italia mentre non costituisce reato l’uso personale di droga, l’uso personale di sostanze dopanti da parte dell’atleta costituisce reato. Un reato punito con la reclusione da tre mesi a tre anni.

Con la stessa pena è punito chi procura la sostanza vietata atleta, chi gliela somministra (ad esempio perché gli fa l’iniezione della sostanza), chi favorisce l’uso della sostanza vietata. Mentre chi fa commercio abusivo di farmaci è punito più duramente. Con la reclusione da tre anni a sei anni.  Perché oltre al disvalore di procurare il farmaco vietato, ci guadagna pure. E’ importante sottolineare che risponde del reato di commercio abusivo di sostanze dopanti anche chi le vende ad un semplice frequentatore delle palestre. Cioè non deve trattarsi necessariamente di un atleta che assume la sostanza in vista di una competizione.

Per la legge statale anche l’assunzione di un farmaco che di per sé non è dopante e che quindi non è idoneo a migliorare le prestazioni sportive, se assunto al solo scopo di mascherare l’uso di sostanze doping, viene considerato doping, quindi punito come doping. Ad esempio se io sono assumo un farmaco fluidificante del sangue al solo scopo di evitare che vengano riscontrate tracce di Epo nel mio sangue è come se mi fossi dopata e quindi rischio da tre mesi a tre anni di reclusione.

Ma dove c’è scritto quali sono le sostanze dopanti?

La 376 del 2000 ha previsto la costituzione di una Commissione di Vigilanza Antidoping presso il Ministero della Salute. Tra i compiti della Commissione vi è quello di stilare la lista delle sostanze vietate, (tenendo conto anche della lista stilata a livello mondiale come diremo) e di aggiornarla al massimo ogni sei mesi. Perché chiaramente man mano che le ricerche vanno avanti si scoprono a livello scientifico sia nuovi farmaci che possono essere dopanti, sia nuovi sistemi per rilevare la sostanza vietata. Tant’è che le sostanze vietate  vengono  raggruppate in classi in base ai principi attivi.

La Commissione di Vigilanza Statale si occupa dei controlli antidoping a livello basso, amatoriale, mentre come vedremo meglio successivamente i controlli antidoping ad alto livello, sono effettuati dal CONI, mediante laboratori accreditati a livello internazionale.

Il sistema sportivo, sia a livello nazionale che internazionale punisce duramente il fenomeno doping.

Nel 1999 infatti è stata istituita la WADA, AGENZIA MONDIALE ANTIDOPING che coordina e promuove la lotta al doping a livello mondiale. Nel 2003 è stato emanato il CODICE WADA: un documento fondamentale che tutti gli ordinamenti sportivi nazionali devono recepire. In Italia infatti il CONI ha emanato il regolamento antidoping di  recepimento della normativa mondiale. Al Codice WADA è allegata una lista delle sostanze e delle terapie mediche vietate cui gli ordinamenti nazionali devono far riferimento.

Il regolamento antidoping punisce come doping i soggetti che hanno posto in essere 8 ipotesi di condotte.

Cioè per il legislatore sportivo è punito per aver commesso doping con la conseguente sanzione disciplinare che può arrivare a dodici anni di squalifica o alla radiazione a vita come successo per Armstrong, non solo l’atleta che è stato trovato positivo chimicamente ai controlli antidoping. Cioè sono state rinvenute nel suo sangue o nelle sue urine  tracce di sostanza dopante vietata, ma anche altre ipotesi e cioè

1)    Chi ha tentato di far uso della sostanza dopante.

2)    E’ equiparato al doping l’elusione dei controlli antidoping. Facciamo un esempio. Il CONI attraverso laboratori accreditati dal CIO, Comitato Olimpico Internazionale effettua dei controlli attraverso i propri medici. Comunica all’atleta che deve presentarsi in laboratorio per il prelievo del sangue e per le urine, allo scopo di verificare se l’atleta ha assunto sostanze dopanti. Se l’alteta si rifiuta e non ci va, per il legislatore sportivo è come se si fosse dopato.

3)    Viene punito come se si fosse dopato anche l’atleta che non comunica la propria reperibilità. Anche qui apro una parentesi sulle modalità di controllo antidoping.  Al fine di consentire al CONI di effettuare dei controlli antidoping a sorpresa, cioè senza che l’atleta venga avvisato preventivamente e al di fuori della competizione, l’atleta è obbligato a compilare ogni tre mesi una scheda con tutti i suoi spostamenti. Cioè già il primo di gennaio io atleta devo indicare dove sarò, mattina e pomeriggio nei successivi tre mesi. Perché in qualunque momento il CONI mi può controllare. E se magari il giorno x avevo programmato di essere in un certo luogo, e per un imprevisto o per un cambiamento di programma io atleta io atleta quel giorno non sarò in quel luogo, lo devo comunicare al CONI. Se non lo faccio e il CONI decide di farmi

un controllo a sorpresa, e non mi trova, per il legislatore sportivo è come se mi fossi dopata.

4)    Per il legislatore sportivo anche il semplice possesso di sostanza vietata equivale a doping. A meno che io atleta non riesca a dimostrare per quale motivo posseggo la sostanza vietata. Posso magari dire che quel farmaco ce l’ho io ma lo assume mio fratello, che non è un atleta e che ha una certa patologia che gli richiede l’uso di quel farmaco. Oppure posso dire che sono stato autorizzato dal CEFT perché pur essendo atleta ho bisogno di quel farmaco che è sì dopante, ma mi è necessario ed indispensabile per una mia patologia. E qui spiego meglio. Poiché abbiamo detto che le sostanze vietate sono farmaci, che quindi di per sé hanno quale scopo principale quello di  curare malattie, e poiché anche l’atleta si ammala, può capitare che l’atleta abbia bisogno di quel farmaco perché ammalato. In questo caso però prima di assumere  quella sostanza, deve chiedere l’autorizzazione ad una apposita Commissione, il CEFT : COMITATO ESENZIONE A FINI TERAPEUTICI. Cioè ci deve essere un medico del Coni che accerti che io atleta ho bisogno di prendere quel farmaco che ha caratteristiche dopanti ma per curare una mia malattia. E il medico deve altresì accertare che non esiste un analogo farmaco non dopante per la cura di quella malattia.

5)    Costituisce poi ovviamente doping il traffico delle sostanze dopanti,

6)    Come anche la sottoposizione a pratiche mediche vietate.

Quindi vediamo che da un punto di vista regolamentare e normativo abbiamo dei controlli molto capillari e rigidi.

Avvocato Rosa Petruccelli del Foro di Perugia

L’etica Nello Sport – Relazione VIDEO Avvocato Rosa Petruccelli – prima parte

CONVEGNO 18 GENNAIO 2013

Santa Maria degli Angeli- Assisi

Relazione dell’Avvocato Rosa Petruccelli

ETICA NELLO SPORT

 

          Lo Sport è un settore con grandi potenzialità sia sotto l’aspetto materiale e quindi economico, sia sotto l’aspetto morale e quindi dello sviluppo psico-fisico, dell’educazione dei giovani e non da ultimo strumento di conservazione dello stato di benessere e salute della comunità intera.

Tutto ciò a patto che il sistema sportivo rispetti le regole che si è dato, prima tra tutte, quella per cui il risultato sportivo deve essere raggiunto attraverso le proprie capacità, il proprio impegno, il proprio sudore.

Il mancato rispetto di questa regola che nel mondo sportivo rappresenta, come vedremo, non una semplice prescrizione morale, ma una vera e propria norma giuridica, e quindi punita con una sanzione disciplinare, svuota di significato il senso stesso dello Sport.

Intanto lo Sport può continuare ad essere quello che è e cioè un generatore di emozioni in quanto impariamo di nuovo a “giocare pulito”.

Il calcioscommesse, le recenti rivelazioni di Armstrong a proposito dell’uso da parte sua di sostanze dopanti altro non sono che violazioni di quella regola fondamentale di cui parlavo.

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Il Sistema Sportivo è un mondo a sé, che si fa le norme da sé (che in taluni casi divergono da quelle statati), ha proprio organi di governo, ha propri giudici, ha propri “cittadini” (i tesserati e affiliati). Noi giuristi diciamo che si tratta di un ordinamento giuridico, e quindi un sistema organizzato, autogestito, autoreferente. Un sistema che non termina a livello nazionale, avendo ramificazioni a livello internazionale. Al di sopra delle Federazioni Nazionali, ci sono le Federazioni Internazionali, al di sopra del CONI c’è il CIO Comitato Olimpico Internazionale.

Abbiamo detto è un sistema che si fa le norme da sé.

Ogni Federazione ha le sue norme, i suoi giudici, i suoi apparati di governo.

Per esempio la Federazione Italiana Giuoco Calcio ha riunito tutte le norme sostanziali e di procedura in un codice, denominato Codice di Giustizia Sportiva.

E vedremo come in queste norme si nota una forte propensione del sistema sportivo al rispetto dei principi etici: quasi che nel mondo sportivo la morale, la religione e il diritto siano un tutt’uno.

Infatti  lo Sport si fa portatore dei valori di coesione sociale, di rispetto dell’altro, di condanna forte contro la discriminazione soprattutto razziale e contro la violenza. Questa propensione noi la troviamo nelle norme sportive.

Laddove, come meglio dirò successivamente, si fissa la regola secondo cui le società sportive rispondono degli illeciti dei propri tesserati nonché dei  comportamenti violenti e razzisti dei propri tifosi.

E ne rispondono non a livello morale, ma giuridico. Pensiamo che per le società di serie A ci sono pesanti multe che vanno dai 20.000 ai 50.000 euro, e potrebbe scattare anche la perdita della partita a tavolino per un episodio di violenza o razzismo degli ultrà.

Le società hanno dunque un vero e proprio obbligo di predisporre misure atte a evitare episodi razzisti e violenti.

Dicevamo una forte propensione delle norme sportive al rispetto di principi etici.

Infatti l’articolo 1 del Codice di Giustizia Sportiva della FIGC (ma il discorso vale per tutte le Federazioni) si apre dicendo che “tutti coloro che appartengono al mondo giuridico devono rispettare i principi di correttezza, lealtà, probità”, oltre ovviamente agli atti e alle norme federali.

I termini correttezza, lealtà, probità sono dei termini con forte connotazione religiosa, etica, morale, ma nel mondo sportivo sono codificati.

Infatti sono contenuti nel codice di giustizia sportiva che contiene norme giuridiche.

La giuridicità di queste norme, di questi principi sta a significare che il soggetto del mondo sportivo che viola questi principi viene sottoposto a sanzioni disciplinari: e quindi squalifica per la persona fisica, radiazione dal mondo sportivo;  per le società punti di penalizzazione, retrocessione.

Quindi sanzioni piuttosto gravi. Non si tratta di un semplice monito moralizzatore: “dovete essere corretti e leali”. No è un vero e proprio precetto giuridico.

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Il Codice di Giustizia Sportiva  poi così come fa il Codice Penale, prevede anche delle ipotesi illecite specifiche.

Pensiamo ad esempio all’illecito sportivo, che nel sistema sportivo è la violazione più grave, proprio perché viola la regola fondamentale, quella secondo cui non è importante solo raggiungere il risultato, è importante come lo si raggiunge.

Infatti l’illecito sportivo è l’atto diretto, con qualsiasi mezzo, ad alterare il risultato di una gara. Illecito che nel mondo sportivo è sanzionato con non meno di tre anni di squalifica (e per le società con i punti di penalizzazione).

Quindi se i capitani di due squadre si mettono d’accordo sulla combine di una partita è evidente che scatta l’illecito sportivo.

Ma qui vorrei aprire una parentesi (anche qualora non possa dirsi configurato l’illecito sportivo, neanche tentato,  perché magari la proposta di combine della partita è stata rifiutata,  colui che ha declinato si, la proposta illecita, ma non l’ha fatto immediatamente, cioè l’ha fatto solo dopo che ci sono stati degli incontri, delle trattative, per costui, il quale ha poi in definitiva rifiutato la proposta di truccare la partita scatta la  violazione della correttezza e lealtà sportiva, vediamo quindi come i principi di correttezza e lealtà sono vere e proprie norme giuridiche).

Il soggetto appartenente all’ordinamento sportivo ovviamente è anche cittadino dello Stato. E anche lo Stato lo punisce per l’illecito sportivo, non lo punisce invece per la slealtà sportiva. Ma per l’illecito sportivo si , ovviamente con altri tipi di sanzione. Con la sanzione penale, perché l’illecito sportivo nello Stato è reato, il reato di frode sportiva, un reato punito con la reclusione fino a due anni.

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Tutti noi conosciamo i fenomeni degenerativi nel mondo del calcio, pensiamo al fenomeno del  “calcioscommesse”.

E tutti noi sappiamo che il fenomeno criminale è ben più ampio. Non si limita cioè al semplice reato di frode sportiva, avendo la magistratura statale riscontrato un vera e propria associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva. Quindi con implicazioni della criminalità organizzata nazionale ed internazionale.

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C’è un’altra norma sportiva, contenuta nel Codice di Giustizia Sportiva che mostra la forte propensione del mondo sportivo a preservare l’Etica nello Sport.

Mi riferisco alla norma che punisce l’omessa denuncia.

Il soggetto appartenente al mondo sportivo che viene  a conoscenza di un illecito sportivo da altri commesso, deve immediatamente riferirne alla Procura Federale.

Cioè al Giudice Sportivo Inquirente e Requirente.

Se non lo fa è sottoposta a procedimento disciplinare e quindi a sanzione disciplinare.

Pensiamo al caso dell’allenatore della Juve Conte. Antonio Conte è stato giudicato colpevole per omessa denuncia dai Giudici Federali di primo e secondo grado (commissione disciplinare e corte federale), la sanzione ultima comminata dal Tnas Tribunale Nazionale Arbitrato sportivo, gestito dal CONI all’allenatore della Juve è stata 4 mesi di squalifica.

Anche questa norma dimostra come il mondo sportivo condanna fortemente ogni comportamento sleale tanto che impone ai propri cittadini tesserati di denunciare il comportamento illecito.

Questa condotta  illecita, l’omessa denuncia, a differenza dell’illecito sportivo viene sanzionata solo nel mondo sportivo. Non anche nell’ordinamento statale.

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Voglio fare un ultimo accenno a una tematica particolarmente importante, a cui ho fatto riferimento prima e cioè l’obbligo che le società sportive hanno di prevenire e combattere fenomeni di razzismo e violenza negli Stati

Le società sportive a tal fine predispongono sistemi di controllo all’ingresso degli Stadi, attraverso soggetti privati (considerati pubblici ufficiali nell’ipotesi in cui vengano aggrediti) che coadiuvano le forze dell’ordine nei controlli. Controllano dunque i tifosi  per verificare che  entrino nello Stadio striscioni che inneggianti alla violenza oppure al razzismo o per evitare che entrino nello Stadio oggetti pericolosi.

L’ultrà  cerca la guerra e quindi laddove trova terreno fertile  basato su pregiudizi e discriminazione affonda le armi della ignoranza e della intolleranza.

Al contrario lo Sport proclama il rispetto dell’avversario. Perché se ci pensiamo bene la presenza dell’avversario è necessaria alla competizione. Senza l’avversario non ci potrebbe essere competizione nel calcio.

Il problema è fondamentalmente culturale. Occorre riappropriarsi del vero significato dello Sport. Perché questi fenomeni degenerativi sono tutto tranne che Sport.

Avvocato Rosa Petruccelli

Doping: enti preposti ai controlli (terza parte) – a cura dell’Avv. Rosa Petruccelli

La legge n. 376 del 2000 all’articolo 3 prevede l’istituzione presso il Ministero della Sanità della Commissione per la Vigilanza e il Controllo sul doping (CVD). La Commissione è composta oltre che dai tecnici, dai rappresentanti del Ministero della Sanità e dei Beni e delle Attività Culturali, rappresentanti delle Regioni, del CONI, degli atleti e degli enti di promozione sportiva. E’ compito della Commissione di Vigilanza Antidoping individuare le sostanze dopanti e per fare ciò affida a laboratori accreditati dalla Agenzia Mondiale Antidoping (WADA) i controlli antidoping, la ricerca sui farmaci, sulle sostanze e metodi che costituiscono doping. La legge n. 376 del 2000 aveva introdotto la suindicata Commissione con il compito di sostituire il CONI nella funzione di determinare i casi e i metodi dei controlli antidoping. In altri termini l’Italia attraverso la istituzione della Commissione di Vigilanza Antidoping avrebbe dovuto avocare a sè i controlli antidoping, lasciando alla competenza del CONI solo l’applicazione delle sanzioni disciplinari. Attualmente la Commissione ha affidato i controlli antidoping alle strutture sportive.

In occasione dei controlli antidoping delle Olimpiadi di Torino 2006 la Commissione si è divisa: alcuni componenti che facevano capo al CONI hanno ritenuto che i controlli dovessero essere affidati al CIO-WADA. Il contrasto con il Ministero della Salute è stato risolto nel senso che un membro della Commissione Ministeriale. il Segretario Generale della Commissione, nonchè una segretaria hanno presenziato all’espletamento dei controlli affidati totalmente alla WADA e ai laboratori del CIO. Ossia agli enti sportivi. Il Ministero della Salute ha così revocato il decreto che attribuiva al Ministero della Salute la competenza dei controlli antidoping durante le manifestazioni sportive internazionali che si svolgevano in Italia. Con questo provvedimento il CONI è diventato di nuovo il responsabile dei controlli antidoping e il CIO ha l’esclusiva dei controlli sugli eventi internazionali.

Avvocato Rosa Petruccelli

Doping: in Italia è reato (seconda parte) – a cura dell’Avv. Rosa Petruccelli

 

Dalla definizione di doping contenuta nella legge n. 376 del 2000 si evinche che commette doping sia l’atleta che assume sostanze o adotta pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche, al fine di alterare le proprie prestazioni atletiche, sia chi le somministra o le procura agli atleti (es. medici sportivi, allenatori etc). Commettono, altresì, doping coloro che assumono o somministrano le sostanze vietate al solo scopo di vanificare i controlli antidoping. Una delle più importanti novità della legge n. 376 del 2000, è di avere introdotto la sanzione penale per i comportamenti vietati sopra descritti. Infatti l’articolo 9 della legge n. 376 del 2000, prevede che, salvo che il fatto costituisca più grave reato (ad esempio omicidio colposo), è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni e con la multa da lire 5 milioni a lire 100 milioni, chiunque procura ad altri, somministra, assume o favorisce comunque l’utilizzo di farmaci o sostanze vietate. la medesima pena si applica a chi adotta o sottopone altri a pratiche mediche vietate al solo scopo di modificare gli esiti dei controlli antidoping. Il comma 7 dell’articolo 9 della legge n. 376 del 2000 prevede inoltre la fattispecie di commercio abusivo di sostanze dopanti, prevedendo una pena più pesante rispetto a quella prevista per il reato di doping. Ossia la reclusione da 2  A 6 anni e la multa da lire 10 milioni a lire 150 milioni. E’ importante sottolineare che le sostanze e le pratiche mediche indicate nella legge e puntualizzate nei decreti ministeriali non sono illeciti di per sè. Lo diventano allorchè vengono utilizzate da o su soggetti sani, al solo scopo di migliorare le prestazioni atletiche, con conseguente alterazione psico-fisica dell’organismo. Poichè però anche l’atleta può ammalarsi, e può avere quindi la necessità di utilizzare quelle sostanze il cui uso “anomalo” è considerato reato, al fine dunque di tutelare la salute dell’atleta, ilcomma 4 dell’articolo 1 della legge n. 376 del 2000, prevede che in presenza di condizioni patologiche dell’atleta documentate e certificate dal medico, all’atleta può essere prescritto specifico trattamento, purchè sia attuato secondo quanto previsto dai regolamenti sportivi e nel rispetto dei dosaggi richiesti dalle specifiche esigenze terapeutiche. In tal caso l’atleta ha l’obbligo di tenere a disposizione delle autorità competenti la relativa documentazione. Orbene all’atleta che partecipi a competizioni sportive è consentito utilizzare trattamenti terapeutici, ma nel rispetto dei regolamenti sportivi. Il regolamento antidoping adottato dalla Agenzia mondiale antidoping (WADA), approvato dalla Giunta Nazionale del CONI, ha previsto che gli atleti affetti da una patologia documentata, che necessita l’uso di una sostanza vietata o di un metodo vietato, possano richiedere di essere autorizzati  all’uso (c.d. esenzione e fini terapeutici). Se l’atleta ha omesso di seguire la procedura per ottenere l’esenzione si pone il problema di stabilire se debba essere sanzionato penalmente. Si ritiene che l’omissione della procedura non esclude l’esistenza della patologia, pertanto l’omessa osservanza della procedura di esenzione ai fini terapeutici potrà costituire solo illecito sportivo.

Avvocato Rosa Petruccellik