Narcisismo patologico e dipendenza affettiva, i sei punti chiave da tenere a mente

L’obiettivo del convegno è quello di verificare lo stato dell’arte psichiatrica e giuridica, riguardo ad un fenomeno molto diffuso: il narcisismo patologico e la dipendenza affettiva.

L’approccio all’argomento non può che avere carattere interdisciplinare, in quanto ai fini di una efficace tutela giuridica, è necessario circoscrivere il fenomeno da un punto di vista psichiatrico.

Leggi anche: Il convegno

Introdurrò l’argomento individuando quelli che, a mio parere, sono i sei punti chiave da prendere in considerazione per un corretto inquadramento della fattispecie, per poi andare a verificare se la normativa vigente e, soprattutto, il reato di stalking sia strumento giuridico duttile ed idoneo alla tutela legale della vittima, vessata da condotte che, come vedremo, sono vere e proprie torture psicologiche.
Narcisismo patologico e dipendenza affettiva
Partirò dal titolo del convegno “Narcisismo patologico e dipendenza affettiva: profili giuridici e psicologici della manipolazione mentale”.

Ho riflettuto a lungo sull’aggettivo da utilizzare, per qualificare il termine “narcisismo”.

L’alternativa era tra “perverso” e “patologico”.

Da un punto di vista sostanziale, l’aggettivo più appropriato sarebbe stato “perverso”: narcisismo perverso”. In quanto il nucleo di tale disturbo della personalità è una sorta di crudeltà, di sadismo mentale.

Alla fine ho scelto il termine “patologico”: “narcisismo patologico”, per porre l’accento sulla particolare categoria di narcisismo di cui andiamo a parlare.

Il narcisismo, infatti, si snoda lungo una linea ideale, che va da un narcisismo sano, che è autostima, ad un narcisismo eccessivo, che si sostanzia in un disturbo della personalità.

Il disturbo narcisistico di personalità è un disturbo descritto nel DSM V che è uno dei manuali diagnostici delle malattie mentali, maggiormente consultato e maggiormente accreditato dalla comunità scientifica.

Molto importante è anche la precisazione contenuta nel sottotitolo del convegno “Profili giuridici e psicologici della manipolazione mentale”.

Perché è così importante?

Perché, a mio parere, per impostare correttamente la problematica della tutela giuridica della vittima del narcisismo perverso dobbiamo focalizzare l’attenzione sulla particolare tipologia di condotta, tipica del narcisista perverso.

Egli infatti si relaziona con gli altri, esclusivamente, mediante condotte manipolatorie.

Si tratta di una particolare forma di manipolazione mentale, che possiamo definire relazionale, una manipolazione, cioè, attuata nell’ambito di relazioni emotivamente caratterizzate.

Pensiamo ai rapporti tra coniugi, ai rapporti tra conviventi, tra genitori e figli o semplicemente tra amici.
Manipolazione relazionale
La manipolazione relazionale, costituisce, il nucleo da cui ha origine la dipendenza psicologica della vittima.

Dunque, noi abbiamo la dipendenza affettiva come conseguenza della manipolazione relazionale.

Parliamo di dipendenza affettiva perché, ci muoviamo, come ho già precisato, nell’ambito delle relazioni emotivamente caratterizzate.

Quest’aspetto è particolarmente importante per comprendere le peculiarità sia della manipolazione sia della dipendenza affettiva.

Da un lato abbiamo il manipolatore perverso, il quale costruisce ad arte ed in maniera fittizia rapporti di stima, di amicizia, di amore, per scopi personali ed opportunistici, dall’altro la vittima che, al contrario, quei sentimenti di stima, di affetto, di amicizia li prova realmente.

Questo duplice aspetto gioca un ruolo determinante per la caduta della vittima nell’abisso della dipendenza affettiva.
Dipendenza affettiva
Ed è proprio la dipendenza affettiva, connessa e conseguente alla manipolazione mentale che ci consente, spesso, di comprendere il motivo per cui, le vittime, pur subendo violenze fisiche e psicologiche notevoli non si ribellano e non abbandonano i partners violenti.

Inoltre la caratterizzazione “affettiva” del fenomeno manipolatorio ci consente di “intuire” a gravità del danno psicologico che la vittima subisce, tanto che, riguardo alle vittime del narcisismo perverso, la comunità scientifica parla di “disturbo post-traumatico da stress”.
L’identikit
Chi è, dunque, il soggetto affetto da disturbo narcisistico di personalità?

Può essere un uomo o una donna, ma in prevalenza sono uomini.

Il disturbo in oggetto rientra tra quelli che non comportano l’incapacità di intendere e di volere penalisticamente intesa, in quanto il disturbo non incide, negativamente, sulle capacità intellettive e cognitive dell’individuo.

La patologia risiede in una sorta di disfunzionalità affettiva ed emotiva.

Un famoso psichiatra americano, Cleckey, parla del narcisismo come di egocentrismo patologico ed incapacità di amare.

Robert Hare altro psichiatra americano, esperto di narcisismo, afferma che il soggetto affetto da tale disturbo, non è in grado di provare sentimenti umani, amore disinteressato, rimorso o senso di colpa.

Prova soltanto proto e mozioni.

Da un punto di vista mentale il narcisista perverso è sano.

Non presenta disturbi di ansia o altre manifestazioni psico-nevrotiche.

Anzi, al contrario mostra freddezza anche dinanzi a situazioni di forte stress.

E’ importante sottolineare come ci insegna lo psichiatra Robert Hare, che si tratta di un disturbo della personalità non curabile.

La terapia, quindi, non cambierà il carattere dei narcisisti perversi, perché essi si piacciono come sono, dentro e fuori, indipendentemente da quello che pensano gli altri.

Per tale motivo è necessario predisporre strumenti giuridici di carattere penale ed extrapenale a tutela della vittima dei narcisisti perversi.

Quali sono le tecniche manipolative usate dal narcisista patologico. La comunità degli psicologi e psichiatri ne elenca diverse: si va dalle bugie patologiche ai comportamenti ambivalenti, dalle distorsioni comunicative alle triangolazioni, dalla idealizzazione alla svalutazione.

Io accennerò soltanto ad una tecnica manipolativa, particolarmente subdola che gli psicologi americani chiamano gaslighiting.
Gaslighiting
Un termine che trae origine dal titolo di un film di un regista americano Gaslighiting, tradotto in italiano con il titolo “Angoscia”.

Narra la storia di un marito, il quale tenta di far impazzire la moglie, utilizzando varie tecniche manipolative e, in particolare, via alternado l’intensità della luce delle lampade a gas per poi negare l’avvenimento per indurre la moglie a credersi pazza.

Il gaslighting è una tecnica utilizzata dai narcisisti perversi per destabilizzare la vittima, per lederne l’autostima, e l’integrità psichica.

A quale scopo?

Allo scopo di esercitare una forma di controllo e di dominio sulla vittima.

A causa della manipolazione subita, la vittima è indotta a dubitare delle sue capacità di percezione della realtà.

Molto spesso il narcisista perverso raggiunge l’obiettivo isolando la vittima, o inducendola all’autoisolamento, insinuando dubbi sulla sua sanità mentale.

Scopo del gaslighiting e, dunque, destrutturare la personalità preesistente della vittima, caratterizzata da autonomia ed indipendenza, e sostituirla con un’altra personalità di tipo dipendente, mansueto, infantile, controllabile.

Quindi noi abbiamo una tipologia di dipendenza psicologica ed affettiva che non è preesistente, NON è espressione di una patologia o di un disturbo psicologico della vittima preesistente alla manipolazione

NO!

La dipendenza è una conseguenza del gaslighting, agito sulla vittima dal manipolatore perverso.

Ovviamente, nel momento in cui la manipolazione produce i suoi effetti la vittima non si rende conto dell’abuso psicologico che sta subendo.

Viceversa, sono i familiari che, semmai, si accorgono del cambiamento repentino della personalità del familiare, abusato dal narcisista perverso.

Ultimo punto da approfondire è, come possiamo distinguere le manipolazioni rilevanti da quelli che sono, invece, i condizionamenti fisiologici.
I caratteri della manipolazione
Ci sono tre caratteri che circoscrivono la manipolazione perversa e, quindi, penalmente rilevante, ossia.

1) La vessatorietà;

2) La fraudolenza

3) La ripetitività

La vessatorietà= Lo scopo del narcisista perverso è sottomettere la preda e, quindi, sottoporla al proprio dominio per il raggiungimento dei propri interessi: che possono essere economici, sessuali, o di puro divertimento o di puro sadismo mentale.

La fraudolenza= L’abusante narcisista utilizza giochi mentali, trucchi, inganni, distorsioni, proiezioni

Ripetitività= Un singolo comportamento vessatorio e fraudolento, in sé e per sé, non è in grado di produrre danni psicologici, ma il protrarsi nel tempo di condotte fraudolente e vessatorie, ripetute, consente al manipolatore perverso di raggiungere il risultato: ossia la lesione dell’integrità psichica della vittima.
Il plagio
Quindi in sostanza il perverso pone in essere condotte plagiarie.

Il codice Rocco del 1930 prevedeva il reato di plagio.

Reato che, com’è noto, fu dichiarato illegittimo, dalla Corte Costituzionale con una sentenza del 1986 e quindi abrogato.

L’eliminazione del reato di plagio dall’ordinamento penale ha creato un vuoto normativo.

Sono stati presentati diversi disegni di legge dal 2001 volti a reintrodurre il reato di manipolazione mentale, tentativi naufragati.

Un timido passo in avanti nella direzione della tutela dalla violenza psicologica si è fatto con l’introduzione del reato di stalking, ma in realtà, la fattispecie penale dello stalking non è in grado di contenere, al suo interno, le condotte manipolative poste in essere dal soggetto disturbato.

Infatti il reato di stalking mira a reprimere gli atti persecutori che si sostanziano in minacce e molestie intrusive della sfera altrui (pensiamo alle telefonate indesiderate, sms ossessivi, pedinamenti etc.)

Il gaslighting, invece, come abbiamo detto, è una condotta subdola e sottile che ha come scopo la destabilizzazione della personalità della vittima, ma NON attraverso atti persecutori, quanto piuttosto comportamenti ambivalenti, sottilmente sadici, mediante artifizi e raggiri, inganni anche comunicativi.

Dunque una sottile, pericolosa violenza psicologica che mira a ledere, modificare l’identità personale.

Il gaslighting è, dunque, una condotta di manipolazione relazionale che, meriterebbe, un’apposita figura delittuosa.

Se effettivamente si vuole raggiunger l’obiettivo di ridurre, drasticamente il numero dei femminicidi, bisogna anticipare la soglia di tutela penale, sanzionando i comportamenti manipolatori che, sono spesso, l’anticamera del femminicidio.

Avv. Rosa Petruccelli

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di Avvocato Rosa Petruccelli Inviato su Altro ....

Commento a decisione n. 28/2013 dell’Alta Corte di Giustizia Sportiva- a cura dell’Avv. Carlo Rombolà

Commento a decisione n. 28/2013 dell’Alta Corte di Giustizia Sportiva

 

Il 9 settembre u.s., l’Alta Corte di Giustizia Sportiva si è pronunciata nei confronti del ricorso presentato dall’A.S.D. Valfabbrica, difesa dall’avv. Rosa Petruccelli del Foro di Perugia, contro la decisione del Comitato Regionale Umbro di escludere la ricorrente dal Campionato di Eccellenza (C.U. n. 3/bis del 18.07.2013, così come ribadito dal medesimo Comitato Regionale con delibera del 06.08.2013, pubblicata nel C.U. n.8 del 06.08.2013 a seguito del reclamo del 24.07.2013).

L’Alta Corte ha rigettato il ricorso dell’associazione sportiva dilettantistica del perugino, suffragando la propria decisione con un’ampia motivazione, in risposta alle deduzioni della ricorrente.

In essa confluiscono diverse importanti tematiche giuridico-sportive, quali la responsabilità oggettiva delle società, l’illecito sportivo ed i principi di correttezza, lealtà e probità nello sport, così come sanciti all’art. 1 comma I del Codice di Giustizia Sportiva.

L’esclusione era stata decisa a seguito di un presunto tentativo di illecito sportivo, perpetrato dall’ex tecnico della compagine umbra, al fine di alterare il risultato di una gara del Campionato di Promozione, che aveva portato all’applicazione del criterio di responsabilità oggettiva della società, per fatto di un suo tesserato.

A tale proposito, va precisato che è attualmente pendente avanti al Tribunale Nazionale di Arbitrato per lo Sport un ricorso dell’allenatore per ottenere l’annullamento della condanna.

In seguito all’applicazione della sanzione, l’A.S.D. Valfabbrica si era trovata a dover scontare una forte penalizzazione in classifica (10 punti in prima istanza, poi ridotti a 2 in sede di ricorso), con la conseguenza di perdere il primato in classifica, ottenuto sino a quel momento nonché la possibilità di accedere alle gare di spareggio per la promozione, dovendo così “accontentarsi” della sola opportunità di disputare i play-off, utili al fine di un eventuale ripescaggio.

Ciò nonostante, vista l’ampia capacità sportiva della ricorrente, il 02.06.2013, la stessa vinceva la finale dei play-off, cui seguiva lo spareggio contro l’A.S.D. Gm10, disputatosi l’11.06.2013, anch’esso appannaggio della A.S.D. Valfabbrica.

Cosicché, quella che doveva essere una decisione quasi routinaria da parte del Comitato Regionale Umbro, rivelatosi comunque inflessibile nei confronti della ricorrente, costretta a pagare un conto salatissimo per il fatto di un suo tesserato (peraltro ancora da passare in giudicato, vista la pendenza di un nuovo giudizio di fronte al T.N.A.S.), ha causato, successivamente, il proporsi di un nuovo reclamo, resosi indispensabile per rispetto delle imprese sportive dell’A.S.D. Valfabbrica, capace di ribaltare – sul campo – il verdetto dei tribunali.

Infatti, a seguito della vittoria sull’A.S.D. Gm10, la ricorrente conquistava, di fatto, il diritto ad essere ripescata nel Campionato di Eccellenza Umbra, dimostrando, se non altro, di meritare il primato in classifica che le era stato tolto d’imperio qualche settimana prima.

A seguito della sconfitta nella gara del 2 giugno, l’A.S.D. Gm10 presentava istanza alla Corte Federale della F.I.G.C., in cui chiedeva di escludere la società Valfabbrica dalla classifica per eventuale ripescaggio, invocando una riserva che sarebbe stata presentata prima della sfida decisiva.

Tale incontro veniva prima omologato, come si evince dal C.U. n. 140 del 12.06.2013 e successivamente non più riconosciuto, con C.U. n. 3/bis del 18.07.2013.

Nella motivazione di quest’ultimo comunicato, si legge che l’A.S.D. Valfabbrica sarebbe stata esclusa dal ripescaggio ai sensi della lettera c), n. 5 del C.U. n. 88 del 02.02.2013, avendo riportato nelle ultime tre stagioni sportive condanna per illecito sportivo, con richiamo al provvedimento della Commissione Disciplinare Nazionale per il presunto tentativo di illecito perpetrato dall’ex allenatore della società umbra.

Alla pronuncia del 18 luglio, è seguito un nuovo ricorso del Valfabbrica, che ha dato vita ad un procedimento conclusosi ufficialmente solo il 03.10.2013, data di deposito della sentenza da parte dell’Alta Corte di Giustizia Sportiva.

Tale sostanziosa premessa risulta indispensabile per una giusta comprensione dei temi del processo, nonché al fine di una corretta analisi giuridica dei fatti in commento.

In primo luogo, si discute sull’opportunità di accumunare, nel trattamento sanzionatorio, i due tipi di responsabilità, diretta ed oggettiva, che implicano, per definizione, un diverso grado di partecipazione all’illecito da parte della società sanzionata.

Nei fatti, la società umbra è stata penalizzata per un presunto (e quindi non comprovato) tentativo di illecito del suo allenatore dell’epoca, nonostante la mancata consumazione dell’illecito stesso e la vincita sul campo della partita incriminata.

Come evidenziato dall’avv. Petruccelli, la pretesa di una nuova esclusione in base al medesimo fatto illecito, a seguito della riconquista sul campo del diritto di accedere al Campionato di Eccellenza, andrebbe a determinare una sproporzione della sanzione inflitta al responsabile oggettivo, rispetto a quella comminata all’autore dell’illecito.

In proposito, sono stati invocati i principi di correttezza, lealtà e probità sportiva, in base ai quali le norme ambigue dovrebbero essere interpretate a favore del destinatario della misura sanzionatoria nonché il principio di ragionevolezza nell’applicazione delle norme stesse.

A nostro avviso, bene ha fatto la difesa della ricorrente a sostenere la violazione dei suddetti principi da parte delle Autorità Sportive (riconducibile anche e soprattutto alle imprecisioni dei soggetti che hanno dettato le norme).

Di notevole portata, inoltre, il peso specifico attribuibile al precedente, non vincolante, dell’U.S. Campobasso, ammesso al ripescaggio nella stagione 2010/2011, nonostante la condanna per illecito sportivo.

Inoltre, non si dimentichi che l’originaria sanzione comminata al Valfabbrica (10 punti di penalizzazione e 5.000,00 Euro di ammenda) è stata poi ridotta a 2 punti di penalizzazione ed a 1.500,00 Euro di ammenda dalla Commissione Disciplinare Nazionale, persuasa dall’avv. Petruccelli dell’estraneità della società al presunto fatto illecito.

D’altronde, non si possono non condividere i rilievi dell’Alta Corte, la quale, nel motivare la propria decisione, rammenta che “il sistema sportivo esige, nei confronti di tutti coloro che operano in un’associazione sportiva nella qualità di giocatori tesserati, di preposti a settori anche circoscritti o di soggetti rivestiti di funzioni organizzative o tecniche di allenamento e formazione, un’elevata sensibilità ai principi di lealtà e correttezza nelle loro attività; ciò a maggior ragione nello sport dilettantistico, in cui sono prevalenti gli interessi dei giovani e della loro formazione”.

Rimane il dubbio sul fatto che tale riflessione – che, come detto, ci trova pienamente d’accordo in linea di principio – possa riguardare il caso di specie, dal momento che l’illecito in parola non riveste i crismi della gravità, poiché si è trattato pur sempre di un presunto mero tentativo di illecito sportivo, in ambito al quale la società ricorrente non avrebbe avuto alcun ruolo, né propulsivo, né acquiescente.

A questo proposito, non si può fare a meno di notare che la precedente decisione della C.D.N. sulla vicenda (che – come sopra evidenziato – ha diminuito la pena in termini di ammenda e punti in classifica), dimostra come l’istituto della responsabilità oggettiva non vada più trattato alla medesima stregua della responsabilità diretta delle società, nel senso in cui la prima meriti un trattamento sanzionatorio più lieve, qualora la società dimostri la propria assoluta estraneità al presunto fatto illecito (cfr. caso Doni-Atalanta, uno dei primi precedenti in cui i giudici federali hanno nettamente distinto i due tipi di responsabilità, anche sotto il profilo sanzionatorio).

Ben più grave, ad avviso di chi scrive, si è rivelata l’esclusione dal ripescaggio (successiva alla finale dei play-off) per la A.S.D. Valfabbrica, alla quale è stato concesso, da parte delle Autorità sportive competenti, di partecipare alle competizioni per l’accesso alla serie superiore, senza curarsi della possibilità (e, forse, intimamente, denegando tale ipotesi) che la compagine sanzionata sarebbe riuscita a conquistare, sul campo, un diritto che le era stato tolto per responsabilità oggettiva.

Infatti, dal momento che l’esclusione dal concorso (leggasi, ripescaggio) doveva riguardare, ex C.U. n. 88 del 02.02.2013, “le società che nelle ultime stagioni sportive siano state condannate per illecito sportivo”, tanto valeva inibire alla compagine sanzionata anche la partecipazione ai play-off, che sarebbero serviti per comporre la graduatoria per gli eventuali ripescaggi di inizio stagione.

Da ultimo, è appena il caso di ricordare come sia, ad oggi, pendente di fronte al T.N.A.S. un giudizio di impugnazione da parte dell’ex tecnico del Valfabbrica, che potrebbe revisionare, se non ribaltare, la precedente pronuncia.

La situazione processuale, così come delineata in questa sede, offre numerosi spunti di riflessione, sia di diritto sostanziale, che procedurale.

Avvocato Carlo Rombolà

di Avvocato Rosa Petruccelli Inviato su Altro ....

L’altra faccia della medaglia: il doping. Relazione VIDEO seconda parte dell’Avv. Rosa Petruccelli al Convegno sullo Sport

DOPING

Convegno 18 gennaio 2013

Santa Maria degli Angeli  – Assisi

Anche il doping è una condotta definita e disciplinata sia dalle norme statali che dalle norme sportive. Ma a differenza delle ipotesi illeciti di cui ho parlato prima la disciplina del doping non la troviamo nel Codice di Giustizia Sportiva, ma in un apposito regolamento emanato dal CONI di cui dirò piuttosto corposo in seguito, a dimostrazione della forte condanna del mondo dello sport contro il fenomeno doping.

Che cos’è sostanzialmente il doping?

Il doping come tendenza ad assumere sostanze idonee a migliorare le prestazioni sportive è un fenomeno che è sempre esistito. Già nelle prime Olimpiadi, nel 776 A.C. gli atleti facevano uso di semi di sesamo, consideranti dopanti. Se venivano scoperti, venivano squalificati dalla gara e giustiziati. Oggi i semi di sesamo non sono considerati una sostanza dopante, così come le abitudini alimentari (ad esempio mangiare grandi quantitativi di carne rossa, non rientrano nel concetto moderno di doping.

Oggi con il termine doping si fa riferimento soprattutto all’uso di farmaci o di terapie mediche, in assenza di malattia. Quindi la sostanza dopante è un farmaco, che di per sé non è illecita, anzi ci aiuta a combattere le malattie, ma che assunta da un atleta sano, diventa illecita.

Ma perché un soggetto sano dovrebbe assumere un farmaco o sottoporsi ad una terapia medica?

Perché vi sono alcuni farmaci e alcune terapie mediche che modificando le condizioni biologiche dell’atleta migliorano le sue prestazioni agonistiche.

Pensiamo agli steroidi anabolizzanti che favoriscono il processo costruttivo dell’organismo (ad esempio il testosterone e i suoi derivati sintetici), oppure pensiamo agli ormoni che sono sostanze prodotte da ghiandole endocrine direttamente nel sangue e che vengono assunti dall’atleta perché migliorano l’assorbimento e il trasporto di ossigeno nel sangue. Si tratta dei tristemente noti EPO, DEPO, CERA. L’EPO.

E’ di questi giorni la notizia della confessione da parte di un famoso ciclista texano, Lance Armostrong, il quale appunto ha rivelato in una trasmissione televisiva di aver fatto uso di Epo, durante la sua carriera. Tant’è che gli sono stati revocati i sette tour de France.

Per quanto riguarda le terapie mediche illecite, pensiamo ad esempio all’autoemotrasfusione. In cosa consiste questo procedimento? In buona sostanza si preleva il sangue all’atleta un mese prima della gara. Il sangue viene conservato e poi rimesso nell’organismo dello stesso atleta qualche giorno prima della gara. Ciò comporta un aumento dei globuli rossi in circolazione, con un miglioramento della capacità aerobica e quindi un miglioramento delle prestazioni agonistiche.

Come dicevamo anche il doping è disciplinato sia dalle norme sportive, sia dalle norme statali.

Con la legge statale n. 376 del 2000, è considerato reato anche l’uso personale di sostanze vietate. Quindi in Italia mentre non costituisce reato l’uso personale di droga, l’uso personale di sostanze dopanti da parte dell’atleta costituisce reato. Un reato punito con la reclusione da tre mesi a tre anni.

Con la stessa pena è punito chi procura la sostanza vietata atleta, chi gliela somministra (ad esempio perché gli fa l’iniezione della sostanza), chi favorisce l’uso della sostanza vietata. Mentre chi fa commercio abusivo di farmaci è punito più duramente. Con la reclusione da tre anni a sei anni.  Perché oltre al disvalore di procurare il farmaco vietato, ci guadagna pure. E’ importante sottolineare che risponde del reato di commercio abusivo di sostanze dopanti anche chi le vende ad un semplice frequentatore delle palestre. Cioè non deve trattarsi necessariamente di un atleta che assume la sostanza in vista di una competizione.

Per la legge statale anche l’assunzione di un farmaco che di per sé non è dopante e che quindi non è idoneo a migliorare le prestazioni sportive, se assunto al solo scopo di mascherare l’uso di sostanze doping, viene considerato doping, quindi punito come doping. Ad esempio se io sono assumo un farmaco fluidificante del sangue al solo scopo di evitare che vengano riscontrate tracce di Epo nel mio sangue è come se mi fossi dopata e quindi rischio da tre mesi a tre anni di reclusione.

Ma dove c’è scritto quali sono le sostanze dopanti?

La 376 del 2000 ha previsto la costituzione di una Commissione di Vigilanza Antidoping presso il Ministero della Salute. Tra i compiti della Commissione vi è quello di stilare la lista delle sostanze vietate, (tenendo conto anche della lista stilata a livello mondiale come diremo) e di aggiornarla al massimo ogni sei mesi. Perché chiaramente man mano che le ricerche vanno avanti si scoprono a livello scientifico sia nuovi farmaci che possono essere dopanti, sia nuovi sistemi per rilevare la sostanza vietata. Tant’è che le sostanze vietate  vengono  raggruppate in classi in base ai principi attivi.

La Commissione di Vigilanza Statale si occupa dei controlli antidoping a livello basso, amatoriale, mentre come vedremo meglio successivamente i controlli antidoping ad alto livello, sono effettuati dal CONI, mediante laboratori accreditati a livello internazionale.

Il sistema sportivo, sia a livello nazionale che internazionale punisce duramente il fenomeno doping.

Nel 1999 infatti è stata istituita la WADA, AGENZIA MONDIALE ANTIDOPING che coordina e promuove la lotta al doping a livello mondiale. Nel 2003 è stato emanato il CODICE WADA: un documento fondamentale che tutti gli ordinamenti sportivi nazionali devono recepire. In Italia infatti il CONI ha emanato il regolamento antidoping di  recepimento della normativa mondiale. Al Codice WADA è allegata una lista delle sostanze e delle terapie mediche vietate cui gli ordinamenti nazionali devono far riferimento.

Il regolamento antidoping punisce come doping i soggetti che hanno posto in essere 8 ipotesi di condotte.

Cioè per il legislatore sportivo è punito per aver commesso doping con la conseguente sanzione disciplinare che può arrivare a dodici anni di squalifica o alla radiazione a vita come successo per Armstrong, non solo l’atleta che è stato trovato positivo chimicamente ai controlli antidoping. Cioè sono state rinvenute nel suo sangue o nelle sue urine  tracce di sostanza dopante vietata, ma anche altre ipotesi e cioè

1)    Chi ha tentato di far uso della sostanza dopante.

2)    E’ equiparato al doping l’elusione dei controlli antidoping. Facciamo un esempio. Il CONI attraverso laboratori accreditati dal CIO, Comitato Olimpico Internazionale effettua dei controlli attraverso i propri medici. Comunica all’atleta che deve presentarsi in laboratorio per il prelievo del sangue e per le urine, allo scopo di verificare se l’atleta ha assunto sostanze dopanti. Se l’alteta si rifiuta e non ci va, per il legislatore sportivo è come se si fosse dopato.

3)    Viene punito come se si fosse dopato anche l’atleta che non comunica la propria reperibilità. Anche qui apro una parentesi sulle modalità di controllo antidoping.  Al fine di consentire al CONI di effettuare dei controlli antidoping a sorpresa, cioè senza che l’atleta venga avvisato preventivamente e al di fuori della competizione, l’atleta è obbligato a compilare ogni tre mesi una scheda con tutti i suoi spostamenti. Cioè già il primo di gennaio io atleta devo indicare dove sarò, mattina e pomeriggio nei successivi tre mesi. Perché in qualunque momento il CONI mi può controllare. E se magari il giorno x avevo programmato di essere in un certo luogo, e per un imprevisto o per un cambiamento di programma io atleta io atleta quel giorno non sarò in quel luogo, lo devo comunicare al CONI. Se non lo faccio e il CONI decide di farmi

un controllo a sorpresa, e non mi trova, per il legislatore sportivo è come se mi fossi dopata.

4)    Per il legislatore sportivo anche il semplice possesso di sostanza vietata equivale a doping. A meno che io atleta non riesca a dimostrare per quale motivo posseggo la sostanza vietata. Posso magari dire che quel farmaco ce l’ho io ma lo assume mio fratello, che non è un atleta e che ha una certa patologia che gli richiede l’uso di quel farmaco. Oppure posso dire che sono stato autorizzato dal CEFT perché pur essendo atleta ho bisogno di quel farmaco che è sì dopante, ma mi è necessario ed indispensabile per una mia patologia. E qui spiego meglio. Poiché abbiamo detto che le sostanze vietate sono farmaci, che quindi di per sé hanno quale scopo principale quello di  curare malattie, e poiché anche l’atleta si ammala, può capitare che l’atleta abbia bisogno di quel farmaco perché ammalato. In questo caso però prima di assumere  quella sostanza, deve chiedere l’autorizzazione ad una apposita Commissione, il CEFT : COMITATO ESENZIONE A FINI TERAPEUTICI. Cioè ci deve essere un medico del Coni che accerti che io atleta ho bisogno di prendere quel farmaco che ha caratteristiche dopanti ma per curare una mia malattia. E il medico deve altresì accertare che non esiste un analogo farmaco non dopante per la cura di quella malattia.

5)    Costituisce poi ovviamente doping il traffico delle sostanze dopanti,

6)    Come anche la sottoposizione a pratiche mediche vietate.

Quindi vediamo che da un punto di vista regolamentare e normativo abbiamo dei controlli molto capillari e rigidi.

Avvocato Rosa Petruccelli del Foro di Perugia